Recensioni

6.4

Nomen omen per gli Hype Williams, i White Stripes london-berlinesi della compagine glo-fi/chillwave/hypnagogic, che (derivazione dal videomaker hip hop, che peraltro non conoscono, a parte) nell'hype ci stanno sguazzando. Nomen omen per una delle due metà del gruppo, Roy Blunt, che dichiara che "l'erba è cibo primario" e che il qui presente One Nation, primo album overground (ma sono 2250 copie in vinile per le prime tre tirature) dopo tanti pezzi sparsi a partire dal 2009 (il culto per l'ipnotica Blue Dream), un mix per FactMagazine e EP ed LP ultra-limitati (anche solo 50 pezzi fisici), è frutto di session fatte "dopo aver assunto pillole in quantità".

Roy e la sua compagna di musica e vita, Inga Copeland, dicono la loro sullo standard fissato da Ariel Pink, James Ferraro (compagno su Hippos In Tanks) e soprattutto Washed Out e Matrix Metals, andando di pigre tastierine analogiche ("io non so usarlo il computer e Inga non c'ha la pazienza per mettercisi"), echi dub, ritmi sconnessi e delay, consegnandoci l'ennesima sfocatissima hypercool polaroid di una jam domestica propiziata dall'Oxycodone e riversata su cassettina frusciante.

13 magliettine Fruit Of The Loom di seconda mano ripassate nella candeggina, dal calypsino (William, Shotgun Sprayer), al synthino lunare (Businessline), alla sognante ma intorpidita take naif house (Unfaithful, bruscamente interrotta), al lunghissimo trippino spacey (Mitsubishi), all'esercizio, sempre e comunque naif, di breakbeat ed echi glo-dub (Warlord). Questi i numeri migliori dell'album. E per adesso, stiamo messi a metà hype e metà sostanza.

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