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«I want to bring the stars down and move them around. Don’t you have this kind of dream?» dice Iannis Xenakis, compositore di elettroacustica granulare, architetto precursore del sogno parametrico-matematico. Eppure quello di La Légende d’Eer è un incubo molto terreno, pieno di esseri non riconoscibili, quindi potenzialmente pericolosi. Un sottobosco di suoni sintetici che ha splendidamente ripreso vita grazie alla ristampa su vinile (edizione limitata a mille copie) a grammatura pesante ad opera di Karlrecords – seconda uscita della serie Perihel, che l’anno scorso ha già visto la pubblicazione di Douze Inventions En Six Modes De Jeu di Guy Reibel.

Dal punto di vista della storia della musica (quindi non solo per appassionati), l’uscita è decisamente un evento interessante: segna la prima pubblicazione della versione a otto tracce presentata dallo stesso Xenakis nei leggendari corsi estivi di Darmstädt nel 1978. Di fatto, si tratta della prima stampa della versione originale della leggenda di Er fatta solo di musica, dato che la composizione nacque per essere parte di un politopo, ossia di una installazione multimediale che miscelava sintesi sonora, proiezioni e curvature architettoniche. Dietro al titolo c’è il mito raccontato da Platone nel libro decimo della Repubblica: il soldato Er, da morto diventa presunto tale (si “risveglia”) e protagonista consapevole del racconto di un Aldilà, dove si rende conto della relazione tra il caso e la propria responsabilità. Il mito di Er ha potenziali intrecci con il milieu che ha generato e ospitato l’attività di Xenakis di quegli anni. Non tanto la Francia, la Parigi dell’inaugurazione del Centre Pompidou – La Légende d’Eer è stato composto per essere eseguito, come parte del politopo di cui si parlava, in un padiglione appositamente costruito per l’inaugurazione del visionario museo progettato da Piano & Rogers. Semmai sono il caso, la consapevolezza, la capacità di incidere consapevolmente sull’alea del destino (e del mondo) a essere un concept non casuale della composizione, in un periodo di grande dibattito tra la scuola americana (Cage era stato a Darmstadt già vent’anni prima), direzioni elettroniche post-serialiste tedesche (e non solo) e musica concreta parigina.

La qualità di Xenakis è di inserirsi in questo ambiente con rigore e trasporto. Avanguardia e immersione. Il suono generato è sempre uno spazio acustico che circonda l’ascoltatore, anche nella dimensione frontale, prettamente acustica. Il suono generato, contrariamente al dato per scontato che Xenakis si è sempre portato appresso – la caricatura del compositore matematico – non appare un esercizio algido. La dialettica tra cicalecci e rumori bianchi, esseri sintetici che si parlano, è una narrazione percepita, e sta a noi cercare un narratore che almeno faccia da traduttore, se proprio non può essere onnisciente. Le otto parti della composizione sono brevi capitoli di un peregrinare fiancheggiato da personaggi protagonisti di figura e di sfondo, a tratti intercambiabili, a volte cacofonici, duri da digerire – forse quando il corpo morto di Er si ridesta? – per chiudersi con un soliloquio, un sibilo che si fa dialogo da sé.

L’importanza dell’archivio non fa mettere in secondo piano la natura immersiva che questa musica dovrebbe avere. È ancora oggi un ascolto, più che un dovere di conoscenza.

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