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6.6

Degli Idjut Boys si era già accennato nella nostra odissea sulla scena norvegese insieme a Bjørn Torske, precisamente parlando dei fermenti della Oslo dei primi 2000 e della cosiddetta "skrangle house": erano gli anni dell'esplosione dei Röyksopp e della prima ondata space norvegese, e dai paesi freddi tirava un vento di revisionismo dance che intendeva ritornare a un sentir comune primordiale. "Come fare house negli anni '70, una versione più dub dei suoni disco in un incrocio con le traiettorie funk, jazz e rock che vennero fuori dalla decade progressive", detta proprio con le parole di Bjørn (per un assaggio pratico si consigliano l'album Kokning e la sua Skrangle House Selection).

Era il sostrato che poi ha dato vita alla space della fase Lindstrøm e gli Idjut Boys figuravano tra i protagonisti principali, attivissimi sia come dj che come producers. Cellar Door è il vero album ufficiale, pubblicato dopo vent'anni di carriera proprio per la Smalltown Supersound, l'etichetta di riferimento della scena scandinava, ed è il modo più raffinato per rendere visibili tutti i punti di contatto con le tendenze di ieri e di oggi: dance d'ascolto secondo il verbo skrangle, funk a profusione (One For Kenny, sì, son proprio i '70), incastri visionari dub/electro/jazz (Le Wasuk), eclettismo space (Love Hunter, ossia quello dall'occhio lungo venuto fuori in Six Cups Of Rebel) e tutte le movenze pop-oriented della dance che tanto bene riescono alle latitudini più alte (per questo di gente come GusGus e SCSI-9 parliamo ancora oggi).

Ma c'è anche qualcosa in più. Un'apertura verso l'universo del pubblico più indie, attuata tramite il maggiore protagonismo delle chitarre dreamy (che aprono e chiudono il disco con Rabass e Jazz Axe) e del cantato soul di Sally Rodgers, metà degli A Man Called Adam, che dà a brani quali Shine e Going Down quell'irresistibile potere easy listening che aggancia ogni età e gusto e dura nel tempo. L'onda hipster house evidentemente ha fatto breccia, ampliare il ventaglio di potenziali fruitori è sempre cosa buona e giusta e anzi dispiace che non siano andati troppo in fondo in questa direzione, rimanendo spesso frenati sul mood downtempo (dal livello comunque buono, vedi The Way I Like It).

Otto tracce che realizzano l'improbabile punto di contatto tra skrangle house, space disco, dream pop e hipster house. Eleganza e docilità per un sound facile e immediato che piaccia a tutti. "Tanti buoni dischi ma nessun capolavoro", pronosticavamo su Fort Romeau. È il sortilegio da spezzare.

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