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5.8

Ha sempre puntato alto, la formazione veneta. Per referenti musicali e comunicatività: da un lato la tradizione del rock pesante dei 90s; dall'altro quella delle liriche in italiano tratte di peso dalla storia poetica e cantautorale nostrana (ma non solo). Ora, con Il Mondo Nuovo, i quattro non si smentiscono e puntano ancora più in alto con un lavoro a dir poco ambizioso. Cuore tematico dell'album è infatti il concept basato sulle migrazioni, sui migranti, sulla condizione di straniamento e isolamento che caratterizza la condizione di chi, per necessità o imposizione, è costretto a ricostruirsi una vita lontano dalle proprie origini, reso tramite l'angolazione e la casistica specifica di molti "diversi" assurti a simboli dell'oggi.

Un passo ardito, ma comprensibile e quasi obbligatorio nel percorso di stratificazione ideologica che ha da sempre contraddistinto la band. Nello stesso modo, ambizioso è il tentativo di mostrare altre sfaccettature ad un suono che, bene o male, aveva ben caratterizzato i due album precedenti. Le avvisaglie c'erano tutte in A Sangue Freddo (Direzioni Diverse, ma non solo, era più di un indizio) ma qui, complice anche l'idea d'ampio respiro del lavoro "a concetto" di cui sopra, la voglia di allargare gli orizzonti ha preso un po' troppo la mano, tanto che il lavoro sembra reggersi su tre direttrici ben distinte e non pienamente amalgamate.

Da un lato, la tradizione del rock pesante a cui il Teatro si è sempre appoggiato e con la quale è in grado di interagire da macchina da guerra ben oliata qual è. Rivendico, Martino, Non Vedo L'Ora, per certi versi anche la resa personalizzata della Doris made in Shellac, col loro interplay assassino e acido, il basso distorto e rotondo, le ritmiche 90s, dicono di una band pienamente a proprio agio e permettono al messaggio capovilliano di essere veicolato in maniera più diretta, senza eccessivi fronzoli. A presa rapida, anthemica, un po' alla Compagna Teresa.

Dall'altro, un generale ammorbidimento delle atmosfere, che assume forme diverse: verso lidi Placebo/Foo Fightersiani (il singolo Io Cerco Te) di sicuro impatto ma spersonalizzati, quasi privi della carica sovversiva tipica della casa; verso bastardizzazioni crossoveristiche anni 90 (i System Of A Down/Faith No More celati in Skopje; la voglia matta di Africa virata metal Rammsteiniano di Gli Stati Uniti d'Africa; un senso generale di "nu-metal" piuttosto ingombrante) sinceramente prescindibili. O infine verso un rallentamento delle atmosfere tipico delle numerosissime ballatone, ora acustiche, ora epiche (Ion in cui si canta la tragedia del romeno bruciato vivo dal datore di lavoro; Pablo, Monica, una Nicolaj contrappuntata di archi) in cui la parola prende il sopravvento sulla musica. Un po' alla maniera dei reading musicati che tanto vanno per la maggiore ultimamente.

Infine, lo sperimentalismo più acceso. Che è poi quello meno riuscito del lotto e che si muove tra appena sufficienti forme di "teatro canzone" rock di stampo post-gaberiano (la suite da semi-reading di Adrian, in crescendo acido; una Cleveland-Baghdad che è quasi una rock-opera), l'isolazionismo glitchtronico di Vivere E Morire A Treviso o il mash-up di sicuro successo ma piuttosto improbabile di Cuore D'Oceano (Caparezza + techno-rock à la Aucan + impatto made in Teatro). Tentativi in linea con le velleità del Teatro, apprezzabili per la ricerca di nuove vie sonore, ma sinceramente alieni e poco intelligibili.

Il Mondo Nuovo è, dunque, un lavoro ambizioso, che punta alto e tenta di volgere al nuovo, ma che sembra pure dimenticare – purtroppo – le proprie origini. Nessuno chiede, in maniera reazionaria, la reiterazione di un modello sonoro, ma sembra proprio che il rock sia stato "sacrificato" al messaggio. Che, pur lodabile, non arriva in forma compiuta, lasciando l'amaro in bocca per quello che, viste le premesse, avrebbe potuto essere e che invece non è stato.
 

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