Recensioni

Il Teatro degli Orrori: o si ama o si odia. Gli ultimi due dischi hanno fatto nascere qualche dubbio, aumentando inevitabilmente la già folta schiera dei detrattori, tuttavia è dal vivo che si misura la vitalità di un gruppo che ha fatto del palcoscenico la sua ragion d’essere. 

Certo, non si può definire una scelta azzeccata quella di concentrare tutta la prima parte della scaletta sulla riproposizione dell’ultimo, appena sufficiente disco. I nuovi brani devono ancora essere metabolizzati (pure dalla schiera di fan più integralisti, figuriamoci dagli altri) e il ritmo del concerto ne risente. I nuovi pezzi richiedono un’attenzione diversa, maggiore, non c’è spazio per immergersi nel radioso passato de Dell’impero delle tenebre e di A Sangue Freddo. Ciò che emerge – riproponendo tutto l’ultimo album – sono quasi esclusivamente i difetti dello stesso: i testi stanchi, senza ispirazione di un Capovilla che la butta sul teatreggiare più del necessario (insomma esagera, difatti in un paio di episodi il pubblico lo interrompe con messaggi poco accondiscendenti), e un suono fintamente sporco, troppo ovattato, forse conseguenza dell’allargamento della formazione a sei elementi. Il live annaspa, manca di nervo (la chitarra di Mirai sommersa dalle tastiere, poi).

Anche il pubblico pare disorientato, tutti sembrano chiedersi quando arriverà il momento dei vecchi brani. Capovilla nel frattempo accarezza e richiama le prime file (“di cosa cazzo state discutendo voi due? dovreste pensare alle donne curde!”, poveri ragazzi), improvvisa comizi di cui tutti sembrano averne abbastanza (o perlomeno, basterebbe dosarli un attimo), enfatizza alla Klaus Kinski passaggi discutibili (“con ketchup o maionese?” nella sciagurata Sentimenti Inconfessabili), richiedendo silenzio, concentrazione, attenzione. E ha ragione, perché i live del TDO sapevano coniugare meravigliosamente la politica e il privato, la violenza e la solitudine, il rumore e la giusta orecchiabilità, le fragilità e la pienezza sonora, gli schiaffi e le dolcezze. Ma questa volta qualcosa manca. Si ha quasi la sensazione di assistere ad un concerto del TDO che cerca di interpretare il TDO delle origini, il tutto avvolto da una produzione troppo sofisticata, che vuole andare oltre ciò che la band sa fare meglio (andare dritta al punto, qualunque esso sia).

All’improvviso, dopo un’introduzione infinita, arriva la canzone spartiacque dell’intero live: Slint. E qui, per un attimo, si rivede lo stesso furore, la stessa passione. Una canzone sentita, suonata meravigliosamente, che spacca la testa al primo ascolto. Il lampo, dunque. Poi si gioca di maniera, e che maniera. Il Turbamento della gelosia immobilizza quel che Compagna Teresa schiaffeggia, il tutto diventa un greatest hits inesorabile con tanto di delirio fra i ragazzetti che saltano nelle prime file. Il live prende tutta un’altra piega, si torna al 2007. Tutti ne guadagnano: il pubblico, contento di aver superato la prima ora, e il TDO, a suo agio, quasi senza pensieri. Basterebbe trasferire quel quasi senza pensieri su tutto il resto. La fai facile, recensore. 

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