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In tamashek, Imarhan significa “Quelli a cui tengo”: un nome che evoca subito emotività, legami forti tra persone, senso di comunità. Radici. E in effetti la musica che tirano fuori Moussa Ben Abderahmane, Tahar Khaldi, Hicham Bouhasse, Haiballah Akhamouk e  Abdelkader Ourzig è simile a quanto abbiamo imparato ad apprezzare nella musica africana degli ultimi anni. Quel misto di sacralità e viaggio all’interno della propria terra e della propria anima, di blues e soul, corde pizzicate e senso dell’avventura. Ok, fuori il nome: Tinariwen, qui presenti con Eyadou Ag Leche, cugino di Abderahmane e co-autore di diversi pezzi.

C’è spazio per slanci ritmici, in questo disco, ma non si tratta mai dell’ingrediente principale: forse solo in Imarhan, piccola cavalcata elettrica. Fin dall’iniziale Tarha Tadagh, invece, le orecchie vengono subito immerse in un mare di nostaglia stranamente positiva, speranzosa. Il blues desertico, l’organo lieve, la voce mesta, le sospensioni: sembra un’enorme fine estate dell’anima. Un clima intimistico, una sorta di falò al di là del mondo occidentale. Chi ha seguito la musica proveniente da queste coordinate sa cosa aspettarsi: un suono tra il crepuscolare e il terrigno. Manca la coralità disperata e cangiante dei suddetti Tinariwen, non c’è il virtuosismo pulito di Bombino. Ma ci sono canzoni che vivono di una parca economia fatta di tessiture chitarristiche ripetute, arpeggi e micro-assoli mai troppo pronunciati. Carezze fatte in coro dai musicisti protagonisti (Tahabort). Carezze a metà strada tra le lacrime e la gioia, una versione meno pomposa dei Songhoy Blues. Quando poi puntano allo struggimento, gli Imarhan diventano irresistibili. Sembra che tutto debba crollare da un momento all’altro, o che forse si stia cantando già tra le macerie. Ma non è di follia che cantano o di angosce dell’uomo moderno, quanto di fattori esterni che provano a prendersi l’anima (Icchikou). Gli acquerelli di Addounia Azdjazzaqat o quelli arabeggianti di Idarchan Net riescono poi a salvare l’album dal pericolo di monotonia, creando un equilibrio notevole.

In sintesi, al loro esordio gli Imarhan riescono nell’impresa di inserirsi in quello che ormai è un canovaccio consolidato e diffuso senza risultare derivativi, ma facendo perno su una chiave sempre efficace: la malinconia, vera linfa per toccare il cuore degli ascoltatori, attenti o meno che siano.

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