Recensioni

7.2

1. Prologo (ovvero Turn off the bright lights)

Piove a dirotto, al di fuori dei Tarkan Studios di Bridgeport nel Connecticut. Dentro, quei quattro ragazzi di Williamsburg noti al mondo come Interpol hanno appena completato il loro secondo, attesissimo album. Ad aspettarli al varco, un pubblico vasto, impaziente ma composto. Fan e inquisitori, nostalgici e malelingue, romantici e tragici, tutti assiepati di fronte all’imponente portone di legno marchiato rosso fuoco.
Gente di ogni tipo: alcuni ostentano un vestiario wave e dark, altri nutrono in egual misura speranze e timori, altri ancora, e sono i più eleganti, nascondono penne avvelenate nei taschini.
In sorrisi appena accennati fa capolino un sarcasmo pungente, da sguardi umidi di ragazze innamorate trapela un senso di tragedia incombente.
Continua a piovere, e la notte assomiglia a quella di Gotham City, con i suoi eroi negativi, il suo disordine atavico.

2. Pagliacciate che sanno di antico

Non è mai troppo tardi per ricordare quanto l’impatto di Turn On The Bright Lights abbia segnato la scena musicale di questo tormentato inizio millennio. Di quanto critica, pubblico, stampa e non da ultimo la band abbiano dovuto confrontarsi con quel piccolo gigante. Lo scampato nervous breakdown di Banks, il più bersagliato da tutti, è lì a dimostrare quanta incertezza ed aspettative impellenti si siano calcate attorno al cantante e i suoi compagni. Ma, per fortuna nostra e loro, nel momento della verità gli Interpol cadono miracolosamente in piedi. Antics non vuol dire solo “buffonate”, è un termine evocativo, acquieta gli animi, rende meno spigolose le forme, focalizza maggiormente gli obiettivi. E cercare l’antico significa puntare ad una classicità, proiettarsi in una dimensione narrativa, prestare maggiore attenzione alla compostezza in senso stretto. Cercare l’antico vuol dire anche perdere in immediatezza, rischiare di cadere nel vuoto per la vertigine, ma è pur sempre un rischio da correre per acquistare in spessore e profondità, gonfiare i tight e i gessati con anima e muscoli.

La forma classica, appunto perché si proietta in un passato, comporta un inizio e una fine ben precisi, l’aprirsi e il chiudersi di un ercorso circolare: un’apertura solenne e sacrale (Next Exit) e una chiusura dallo stesso sapore (A Time to be so small) a presentare gli stessi termini in fading progressivo, con le luci che si affievoliscono man mano che la nebbia sale e la camera si allontana dalla scena. Nel mezzo s’agita coerentemente il cuore della narrazione. tra picchi di tensione e rilasci romantici, taglienti chitarrismi quasi ragga (o Jingle Jangle?) e aperture cinematografiche, tensioni muscolari e pause di riflessione.

3. Un tempo per essere così piccoli

Evil – il maligno che bussa alla porta con le sembianze di donna – aggira l’ostacolo (n.1) della ripetizione, Slow Hands – i rischi da affrontare – raddoppia il public display of affection (PDA) scavalcandolo; Narc e Public Pervert – il respiro profondo per placare l’ansia -, mettono in scena il pathos; Not Even Jail e C’mere – i fantasmi da affrontare di petto – rappresentano modi con i quali la band si mostra diversa, ma uguale a sé stessa.

C’è consapevolezza da parte dei quattro di Williamsburg: i riff di Kessler trovano una mano tutt’altro che indolenzita, la voce di Banks, pur non esponendosi troppo, accarezza le melodie in modo appropriato. Solo in Lenght Of Love il fantasma di Curtis ritorna a bussare alla porta, ma è soltanto un fuoco fatuo, la paura di una paura oramai superata; Take you on a Cruise infatti è la canzone per antonomasia del cantante di origine londinese (“Time is like a broken watch / and make money like Fred Astaire”), il brano perfetto a lungo cercato.

Antics è un disco che vive di vibrazioni interne, dove tensione e allentamento s’intrecciano lasciando il lirismo venire maggiormente a galla. D’altra parte attraverso un vocalismo più maturo, romantico e meno declamante, il gruppo veicola maggiormente i propri messaggi e lo fa in modo onesto e appassionato, dimostrando altresì di aver metabolizzato a fondo quel mood che viene dal passato. L’andamento epico e solenne di A Time To Be So Small, riemersa dalle nebbie del primissimo demo autoprodotto, è l’emblema del meraviglioso percorso compiuto dagli Interpol di Antics. Ovvero rigenerarsi attraverso il passato, senza dimenticare di essere comunque piccoli, in questo grande mondo. E andare avanti, nonostante tutto.

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