• set
    01
    2010

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Matador

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C’è un attaccamento romantico nei confronti degli Interpol che trascende la loro stessa musica. Le ragioni sono evidenti: coincidono con un gruppo e una stagione che è rimasta nel cuore di tre generazioni: i Joy Division e la wave (allegandoci il portato di quel binomio dirompente); il romanticismo dark caratteristico di una certa età della vita; il nichilismo, l’abbandono, l’amore per la pelle bianca e i vestiti neri, per le cravatte scure e gli anni ’30 di celluloide, persino la fascinazione per i regimi totalitari. I difensori a caldo degli Interpol – davanti al naufragio di Our Love To Admire – trovano così una loro collocazione giustificando una band che sin lì si era conquistata un merito di pochi: coniare in soli due album una propria variante nel suono dark rock degli eighties.

Bank alla voce aveva plasmato quella di Curtis traghettando i suoi testi in una coolness più portatile targata Willamsburg, piena di ombre e amarezza post-ground zero, Daniel Kessler aveva piegato la sei corde di Bernard Sumner all’umbratilità sciutta dei Chameleons lanciando in strada un veicolo armonico ora angolato (e tipico primi Duemila) ora a picco sul vuoto, come se l’uomo s’affacciasse da un grattacielo di NY in un misto di coraggio e tentazioni suicide. Per finire la dialettica old style di Daniel e Paul, uno di quei dialoghi che scaldano il cuore con delicatezza e garbo, ovvero il basso di Carlos e la batteria di Sam. I quattro di un perché sonico riconoscibile dalle prime note.

Quattro non più quattro (dal vivo con loro c’è temporaneamente David Pajo al posto di Carlos) che a dieci anni dall’inizio di carriera si presentano con un nuovo capitolo, il quarto, omonimo come a voler superare l'opacità di Our Love e la ferma intenzione di iniziare daccapo. Dalle interviste di quest'ultimo anno sono emerse soprattutto le ammende e le buone intenzioni, soprattutto la volontà di voler tornare all'indimenticabile esordio di Turn On The Bright Lights, l’unico album amato da tutti, nessuno escluso. Interessanti inoltre, gli aneddoti di Fogarino: ha provato per ore da solo in un capannone cercando di "riprendersi il suono di un tempo”, evocato dall'attacco del singolo Lights e in altri episodi di un lavoro che si guarda bene dal lanciarsi fuori dal finestrino della limousine.

A parte le leggende per la stampa, gli Interpol di un Banks dalle liriche incartapecorite (lo si era visto anche con Julian Plenti, lo si nota ora nel pretenzioso e funereo trittico finale) rifanno Our Love trattando la tragico-epica passione verbale e chitarristica in strati sovrapponibili, e non più cercando goffe complessità senza sbocchi. Soprattutto ci mettono la maturità di dieci anni da musicisti risultando meritatamente classici. Classici precoci però. La loro proposta è fondata cioè su compromessi difficili da digerire, gli stessi che allontanarono gli U2 dalla fragranza primigenia e dai fan della prima ora. Quegli stessi U2 per i quali la band apre una manciata di concerti ed il cui No Line On The Horizon riecheggia in quest’omonimo lavoro di passione controllata, angoli smussati, eleganza brevettata: un’ulteriore demarcazione con il passato che pure nel loro caso senza grosse hit (Lights convince ma non del tutto, l’angolata Barricade doveva dare la botta che non ha dato), garantirà il successo del medio-grande pubblico e la lontananza da quello “di nicchia”.

In entrambi i casi, il cuore ne sta fuori. E sarà anche vero che Ian Curtis se fosse arrivato in america avrebbe fatto dei Joy Division il primo gruppo wave da stadio; altrettanto sicuro che, oltre un certo (magico) periodo, l’essere dark, romantic, vampires, non è che una maschera o un decadente desiderio d'eternità. O un mestiere come un altro.

29 agosto 2010
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