• Lug
    01
    2007

Album

Capitol

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Segni di un’opposizione notturna: braccialetto in pelle, camicia cravatta bianco/nera, riga di lato, wave pop anni Ottanta in gran spolvero. Abitudini: andare a comprarsi il latte al Seven Eleven. Fumare una sigaretta sul balcone a tarda notte. Estetica e stile di vita e Turn On The Bright Lights di cui tutti sanno, l’album che poco dopo Is This It accese i riflettori sulle tendenze tese e angolari dei Duemila. Un mix d’anticaglie dark credibile. Un disco che aveva steso tutti (e molto più dell’esordio degli Strokes). Il prodromo di una generazione che voleva dimenticarsi i Novanta, scazzo e edonismo in testa. Quella che uno spazio per l’oscurità l’ha trovato naturalmente con un minimo di ribellione romantica.

E sono passati sette anni, anzi facciamo che i Duemila sono per tre quarti trascorsi e la storia è praticamente scritta. Antics (sempre su Matador) ne era il seguito maggiormente prodotto e non dimentico di tensione e belle maniere. Anzi, bella scrittura perché se c’era una caratteristica unificante (di pubblico e critica) era proprio la capacità dei ragazzi di scrivere strofe e ritornelli, d’unire alterità e rabbia dolce in faccende di pochi accordi. Il sequel scontava la mancanza di crudezza e l’addio a certe pose propriamente filo divisioniane, tuttavia era fatto di nerbo e energie e soprattutto una buona dose d’autorialità. Su questo tasto i ragazzi precipitano con Our Love To Admire, cadono non senza aver cercato (i sentiti versi iniziali di Pioneer To The Falls, le impressioni di un triangolo amoroso in No I In Threesome, il ritratto Pace Is The Trick), ma cadono, canzone dopo canzone, tarpati da una ricerca coraggiosa risoltasi in un freno a mano tirato, rifugiati in laboratorio come scienziati del proprio ardore.

Così The Heinrich Maneuver (automatica e senza hook efficace) morde la metà di una Slow Hands, Mammoth e All Fired Up rivedono l’alternanza (veloce/tranchant – piano/relapse) dell’esordio in un nulla di fatto emotivo stilistico e The Scale, senza girarci troppo attorno, è un episodio brutto come non mai visto nelle trascorse tracklist. Non buttiamo tutto, ci piace Rest My Chemistry la traccia migliore e la più NY style, un brano efficace che sa di qualcosa perché pregno di quella leggerezza che ci sarebbe dovuta stare. Invece la strada prediletta è spesso opposta, con i quattro impegnati a inficiare gli attacchi (No I In Threesome, Pace Is The Trick) con pratiche complicate o crescendi in pathos che non comunicano tensione e struggimento come dovrebbero. Ti lascia un senso di vuoto Our Love To Admire enon perché vi siano pecche di produzione, anzi, la tracklist suona quel “bene” tanto da non scuotere i nervi senza che le colpe ricadano sul co-produttore Rich Costey (Muse e Franz Ferdinand). Il problema è di contenuto. Il classico principio della fine.

1 Luglio 2007
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