• mar
    30
    2015

Album
Die

Trovarobato

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Più di quattro anni per dare un seguito all’ottimo La macarena su Roma, spesi a collezionare materiale, registrare, pensare e ripensare a quanto fatto, implementare, ridurre, coordinare, rivedere, arrangiare, scrivere. Con in più il fiato sul collo di pubblico e addetti ai lavori, in attesa spasmodica dopo gli straordinari risultati raccolti dal disco d’esordio. Ce lo immaginiamo così l’ultimo periodo vissuto da Iosonouncane – conoscendo anche il carattere coriaceo e perfezionista dell’artista sardo – e probabilmente non siamo molto lontani dalla verità. A dicembre 2013, durante un’intervista, il musicista rivelò che sarebbe entrato in studio a gennaio 2014 e che il nuovo disco sarebbe stato molto diverso dal primo. Un anno e qualche mese più tardi ecco arrivare Die, un lavoro che vive di contrasti – a partire dal titolo, “giorno” in sardo, e quindi metafora del concetto di “rinascita”, contrapposto al “morire” della traduzione dall’inglese – e che è senza dubbio ambizioso, corposo e sorprendente. Incani ha sempre dichiarato di voler essere considerato più un musicista che un cantautore, e Die è la naturale espressione di tale esigenza.

Die è anche il disco dell’amata Sardegna (scritto e registrato in gran parte sull’isola), terrigno e massiccio, radicato ed esistenziale, nonostante la complessità e la modernità alla base dei suoni. Soprattutto se paragonato a un La macarena su Roma urbano, schizoide, frantumato, frustrato. Il secondo album del musicista sardo ha il ritmo lento e il peso specifico della terra e della natura, persino la sua innata violenza, eppure è logico e comprensibile, razionale e adulto, se contrapposto al collage paranoico, urbano e “sociale” che ha caratterizzato il passato di Incani. Tanto che, in linea d’aria, alcuni passaggi potrebbero ricordare certe profondità del progetto Mamuthones (il pulsare minaccioso e marmoreo dell’inquietante Tanca, ad esempio), quel vibrare tellurico, sotterraneo, qui ovviamente declinato su altri lidi. I testi arrivano di conseguenza. Il Gaber polemico e sarcastico dell’esordio lascia il posto a un unico (e lunghissimo) componimento in versi, a prima vista sorta di celebrazione della dimensione rurale e del rapporto con essa attraverso un ciclico carosello di immagini: il sole, la riva, il mare, il seme, l’uomo, il giorno, la fame, le mani, la terra sono le principali inquadrature di una fotografia che sa di epica, più che di racconto del quotidiano. Parte integrante di un disco che prima di avere un’estetica, possiede un impianto “filosofico” fortissimo alla base, o se volete un concept.

A sentire il diretto interessato, il tema centrale dell’album ruoterebbe attorno alla relazione tra un uomo partito per il mare e che ha paura di morire e una donna sulla terraferma che teme di non rivederlo mai più. Eppure la storia sembra diventare marginale, i confini narrativi si fanno sfumati, in un lavoro che riesce a mettere in note più un senso di appartenenza fisico e mentale a qualcosa, che la semplice descrizione di una situazione. Una geografia soggettiva che per estensione si autoproclama punto di vista sulla realtà: è Incani che parla in Die (o forse il suo background culturale originale), e i personaggi, la narrazione, le parole, per una volta sono solo una parte del tutto.

Il disco, dal punto di vista musicale, è un variopinto miscuglio di colori figlio dei numerosissimi musicisti chiamati a collaborare (tra i tanti, il co-produttore del disco Bruno GermanoPaolo Angeli, Alek Hidell, Simone Cavina, Mariano Congia, Paolo Raineri, Serena Locci) e di una strumentazione ricchissima (i contributi più particolari: filicorno baritono, tromba, trombone, sax baritono, chitarra sarda preparata, canto a tenore sardo), ma anche di un Iosonouncane che orchestra le varie parti come se avesse per le mani il suo personale Pet Sounds. Un Pet Sounds dettagliatissimo (ascoltatevi il technicolor di Carne è provate a negarlo) che nasce dall’elettronica e dal sampling, pur essendo molto più di un disco di elettronica. Un percorso ricco di scoperte che odora di prog nella complessità delle melodie e nelle frasi musicali, rappresentando però un territorio di confine non ben identificato in cui si incontrano psichedelia à la Animal Collective (Buio), ambient, pop sui generis, o magari una canzone d’autore espandibile con tanto di fiati sullo sfondo (Stormi).

Davvero impressionante il risultato finale. E’ vero, nei sei brani di Die (ognuno va dai quattro ai dieci minuti di durata) mancano le staffilate sarcastiche de La macarena su Roma e quel cinismo teatrale che tanto ha raccolto in passato; eppure l’impressione è che ci sia molto più di Incani in questi solchi, che in tutto quello che è uscito fino ad ora a nome Iosonouncane. C’è voluto quasi un lustro per arrivare a un risultato del genere: senza dubbio, tempo speso bene.

31 Marzo 2015
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