Recensioni

Il concerto al Locomotiv di Iron & Wine è la cronaca del passaggio annunciato di Sam Beam dall'indie alla maggiore età. Per intenderci, quella in cui sono entrati anche gli Wilco qualche disco addietro. Non bastasse la firma del gruppo con la Warner per il mercato americano, ce lo comunicano il sold out dichiarato da una settimana e l'infelice scoperta che arrivare alle dieci al Locomotiv significa arrivare tardi. Con Tift Merritt e il suo folk-country chitarra/pianoforte già sul palco e il locale pieno per tre quarti. Ci rassegnamo malvolentieri all'idea di esserci persi parte dell'esibizione della biondina, anche perchè le ballate strappalacrime che canta e la voce graffiante in bilico tra Sheryl Crow e Patsy Cline non sono per niente male. Meglio che su disco, comunque (l'ultimo si chiama See You On The Moon), spogliate da una produzione troppo morbida evidentemente tarata sui circuiti radiofonici di genere.

Il cambio di palco è scandito da un sipario rosso che si chiude alla fine del live della Merritt e si riapre venti minuti dopo. Con Sam Beam e la sua cricca on stage a suonare per un'ora e quaranta, come imposto dalla statura da "neo-classici" che sembra ormai contraddistinguerli. La band è composta da otto elementi (compreso il front man) e l'intento è quello di replicare la ricchezza strumentale dell'ultimo Kiss Each Other Clean grazie a un intreccio di chitarra elettrica, chitarra acustica, basso, fiati, batteria, percussioni, backing vocals e tastiere. Obiettivo raggiunto già con una introduttiva Rabbit Will Run che macina consensi a raffica mentre un Beam quasi imbarazzato risponde all'entusiasmo dei fans col sorriso sornione di chi sa bene che l'ultima fatica discografica del gruppo è uno spartiacque di quelli memorabili. Forse più di quel The Shepherd's Dog che tre anni fa fece intuire lo spessore del progetto ma non ne sancì la statura “pop” e dai cui la band ruba una Wolves trasfigurata in una suite psichedelica con tutti i crismi.

Intanto il Locomotiv è diventato un forno, anche se chi ha organizzato ha lavorato rispettando gli spazi vitali ed evitando di far degenerare il tutto in situazioni disperate. E così tra una Tree By The River che fa scattare l'inevitabile karaoke, qualche coda strumentale disco piuttosto surreale e un bis voce e chitarra del Beam solista, si arriva alla conclusione. Con la certezza di aver assistito più a una consacrazione che a un semplice concerto, in cui il reinterpretare la tradizione diventa paradossalmente una scelta al passo con i tempi.

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