• Apr
    29
    2016

Album

Virgin

Add to Flipboard Magazine.

La lunga tradizione dei cantautori inglesi negli ultimi anni è scesa spesso a patti con i freddi schemi del music business, garantendosi un successo enorme e trasversale, raramente però del tutto meritato. Se artisti come Paolo Nutini (maturato in tempo record e protagonista di un percorso coerente), Ben Howard (autore di un sophomore album, I Forget Where We Were, meno fortunato dell’esordio ma assolutamente pregevole) o Hozier (l’opera prima è più che discreta) dimostrano che dietro alle schiere di ragazzine urlanti ci può essere anche sostanza, altri bestseller come James Morrison, James Bay, Ed Sheeran, Tom Odell e, in parte, George Ezra, nel migliore dei casi non riescono ad andare oltre al compitino radiofonico. Chiaramente, lontano dai potentissimi riflettori e dagli awards più patinati, gli artisti garanzia di qualità (pensiamo a Matt Elliott, Fink, Keaton Henson o Bill Ryder-Jones, per esempio) continuano costantemente a regalare piccoli gioielli di songwriting, ma è sempre bello poter sperare che qualcuno di idealmente accostabile a questo secondo gruppo possa incontrare anche i favori di un pubblico più ampio.

Il ventunenne Isaac Gracie potrebbe essere il prescelto: londinese e fortemente legato alla madre poetessa, il giovane cantautore ha esordito lo scorso anno – ottenendo subito le giuste attenzioni – con una di quelle canzoni che chiunque prenda in mano una chitarra vorrebbe scrivere: Last Words. Stilisticamente impeccabile nella semplicità melodica e sorretto da una sola chitarra acustica neanche troppo accordata, il brano si snoda attraverso gli stati d’animo psichici e fisici di un protagonista alla deriva, sommerso da droghe di vario tipo («Cocaine in your eyes and bullets in your gun, ‘n’ blood in your nails is scratching for the faith with a noose ‘round your neck and a needle in your vein») e da situazioni care agli stilemi delle torch songsand the woman in your life wasn’t quite enough So, you let her go and leave you and it broke your heart»). Il timbro di Isaac – fragile, vulnerabile, talvolta tremolante – suona genuino lungo tutti e quattro i minuti di un brano che a tratti sembra arrivare da un passato lontano (per la produzione, ma non solo).

I restanti brani del casalingo EP d’esordio Songs From My Bedroom vivono all’ombra di Last Words ma confermano la bontà di una scrittura che non punta all’eccellenza quanto invece all’essenziale. Un essenziale che in Terrified assume i contorni della depressione («Well, I sleep all day And drink all night», «And I don’t need to remember But I wanna forget Cause there’s a hole in my head where I hide my regret») e in Hollow Crown quelli dell’amore perduto («And she said love, I gave you everything I gave you everything that you need», «Why did we break down»). La folk-lullaby Darkness Of The Day scivola invece soavemente sulla falsariga di Last Words e conclude il cinque tracce con le stesse parole impresse anche sulla copertina dell’EP: «It’s just the darkness of the day».

Non sappiamo se Isaac Gracie su formato lungo possa essere incisivo come su EP e non è da escludere il rischio che Virgin (con la quale ha firmato) lo snaturi, ma questo Songs From My Bedroom è il biglietto da visita di un cantautore che per il momento non cerca forzatamente il successo (nessuna sonorità cool, nessun motivetto becero e nessun revivalismo), ma che piuttosto rischia di trovarlo grazie ad un’innata capacità di suonare onestamente immediato senza stancare già al terzo ascolto.

20 Aprile 2016
Leggi tutto
Precedente
Colin Stetson – Sorrow. A Reimagining Of Gorecki’s 3rd Symphony Colin Stetson – Sorrow. A Reimagining Of Gorecki’s 3rd Symphony
Successivo
Norman – La grandine!

album

recensione

recensione

articolo

Jeff Buckley, il fantasma, i palcoscenici.

Articolo

L'ultimo album di inediti di Jeff Buckley ovvero la normalizzazione accomodante di un formidabile genio.

recensione

artista

Altre notizie suggerite