Recensioni

Cominciamo sul lirico? Massì, vai. Allora: all’ora in cui i Tinariwen salgono sul palco, il colore del cielo è lo stesso che decora le loro tuniche. E’ giovedì sera, siamo davanti al Global Stage, il secondo palco per importanza del festival Italia Wave, al suo primo anno lontano dalla sede storica di Arezzo.

Ma le linee guida del festival sono rimaste le stesse, ovvero presentare la musica più interessante e curiosa in circolazione, magari ricorrendo alla presenza di qualche grosso nome anche del mainstream (tra virgolette, ovvio) come volano per l’intera manifestazione. E questa è proprio una di quelle serate giocate su un tale equilibrio, con che successo vedremo.

Si comincia, per quanto riguarda le proposte pregiate, con i suddetti “uomini blu”, sull’onda dell’entusiasmo suscitato anche in orecchie importanti (Robert Plant, per dirne uno) dalla loro proposta, che ribadisce quanto affermato nei documentari di Scorsese sull’origine africana del blues. Qua e là infatti, mentre nel giro di tre canzoni il gruppo finisce di salire sul palco, tra i ritmi ipnotici del loro natio Mali, fanno capolini echi Cooderiani e fraseggi che ricordavamo di aver ascoltato sulla Main Street degli Stones (prima che rientrassero dall’esilio per accomodarsi sulle sonorità più mainstream che caratterizzano quasi tutta la loro produzione post-’72).

Il pubblico c’è e segue, sebbene una gran parte sia in giro a guardare il festival, o in fila per Mika o a farsi dare da mangiare altrove, visto che i prezzi dei due stand vicino al Global Stage non sono certo da Terzo Mondo.

La scaletta del Festival -che giustamente non vuole sovrapporre i concerti- purtroppo non ci concede più di un’oretta di afroblues magico ed ipnotico; così ci accomodiamo alla tavola calda che al costo di due global-birre ci imbandisce una cena di tutto rispetto, in una postazione da cui possiamo ammirare, pur da lontano sui maxischermi, il suddetto Mika che invece ci imbandisce i risultati del suo frugare tra e rielaborare quella parte di storia del pop che si muove tra acuti, falsetti e un grammo di classe.

Tutto pulito, tutto preciso, anche qualche passaggio più accorato, ma certo il confronto col concerto precedente più che paragoni suscita stupore, visto che ci troviamo davanti a un pur bravo e preparato interprete della musica più occidentale e meno contaminata possibile.

Finita la cena finisce anche Mika, e così torniamo al Global Stage, dove stanno per suonare gli Avion Travel, purtroppo -accidenti del (e al) festival- in contemporanea con gli Yo-Yo Mundi che musicano Sciopero! del maestro Ejzenstejn: non che il pubblico dei due gruppi sia esattamente lo stesso, per quanto entrambi si muovano a grandi linee sul crinale tra rock e folk, ma certo l’accoppiamento suscita qualche rammarico. Tornando ai casertani, la loro oretta è dedicata principalmente all’ultimo Danson Metropoli (l’omonimo brano apre il concerto) e, misteriosamente, a quasi dieci minuti di assolo del vibrafonista (bello, ma su un’ora…), che è uno dei musicisti che supportano i nostri, come detto ormai in quattro (e in forma smagliante).

La quale formazione a quattro, supporti o meno, lascia molto più spazio a Mesolella. Il quale però, curiosamente, non ne approfitta tanto sulle canzoni dell’ultimo disco (registrato con questo organico) quanto su due vecchi classici come Canzone appassionata e soprattutto Aria di te: più della consueta, affascinante teatralità di Servillo, infatti, stavolta a caratterizzare il loro act è la prova stellare del chitarrista, che ci porta in mondi lontani tirando fuori da una chitarra classica con pochi effetti più o meno tutto quanto è possibile tirarci fuori, come un guitar-hero d’altri tempi ma senza sguappare come spesso fanno i suoi colleghi di categoria (ci sarà un motivo per cui da venti anni abbondanti è confinata al metal…): e sì che sarebbe anche campàno…

Ma a portarci lontano è anche il piacevole disorientamento davanti all’impossibilità, a un certo punto, di capire che genere stiano suonando i quattro (più annessi) e come si può chiamare questa sintesi, anche qui magica, di stili e geografie. C’è poco da fare: nell’arte come in biologia, la mescolanza e il meticciato significano forza (come evidentemente sapeva anche Presley, che dalla mescolanza di country folk e blues diede vita al R’n’r).

Poi anche loro se ne vanno, e mentre facciamo un giro per le bancarelle prima di andar via (il viaggio di ritorno lo impone), sul Main Stage iniziano gli attesi, chissà perché, Kaiser Chiefs. Dalle bancarelle si sentono benissimo, ma non è certo un bene: quello che esce dal Main-stream-stage infatti è il rock più banalmente occidentale sentito da anni a questa parte, con un cantante che oltre a introdurre le canzoni con una voce da ultrà ubriaco ce le canta anche (non gli hanno spiegato che il festival da quest’anno non si tiene più in uno stadio?), e un gruppo i cui riff, giri, stacchi e passaggi si collocano sullo stesso grado di raffinatezza (ci fosse stato un gallagherometro a misurare la banalità musicale sarebbe saltato per aria). Un rock che sarebbe stato vecchio già nell’81, a parte forse qualche dettaglio sonoro peraltro non pervenuto: forse perché eravamo lontani, ma meno di quanto questo gruppo lo sia dalla verve di uno qualsiasi dei mille gruppi altrettanto classici ma dotati di una penna capace di rivitalizzare la tradizione.

Avevo cominciato sul lirico, ma tocca finire sul polemico. Lasciando perdere le ovvie domande sul perché del loro successo e le altrettanto ovvie risposte, infatti, durante la lunga mezz’ora di strada per il parcheggio (sempre ahimè seguiti dalla musica dei KC) non si può fare a meno di chiedersi: a questo gruppo farebbe meglio una settimana chiusi in una stanza con Fear of Music e Sandinista! a ripetizione o, più semplicemente, basterebbe consigliargli, la prossima volta che gli Avion Travel o qualsiasi altro gruppo davvero degli anni 2000 (già Mika sarebbe un passo avanti) suona nei loro dintorni, di andarli ad ascoltare con un minimo di attenzione? Ma soprattutto: chi è stato quel sadico che, inserendoli in questa giornata, li ha sottoposti a questo confronto impietoso?

Se alla fine, infatti, l’equilibrio tra ricerca e pubblico di cui dicevamo all’inizio si è numericamente tradotto in un successo degli “occidentali”, il bilancio artistico invece riflette al contrario quello del pubblico. Forse, è equilibrio anche questo.

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