Recensioni

7.4

Da anni caso anomalo del panorama musicale europeo, i Jaga Jazzist, collettivo norvegese di jazz “aperto” e sperimentale, capeggiati dai fratelli Lars e Martin Horntveth, via via coadiuvati da musicisti differenti, tornano dopo un breve periodo di silenzio (l’ultimo album in studio, One-Armed Bandit,  risale al 2010) con un prezioso live in compagnia dell’ensemble anglosassone di musica classica contemporanea Britten Sinfonia.

I live in questione sono di fatto due, uno in UK e l’altro, l’ultimo, quello da cui sono tratte le registrazioni dell’album fuori ora, di nuovo, per Ninja Tune, in Norvegia. Oslo, più esattamente. Il repertorio, tendenzialmente recente e già edito, si arricchisce del contributo dei musicisti britannici i quali, non stravolgendo l’idea di base del progetto, ne implementano anzi le potenzialità, schierando sul palco, tutti assieme, 35 elementi per la causa comune.

Dediti al solito, i Jaga Jazzist, ad una interpretazione del jazz assai ampia, e che al suo interno include il tribalismo plurale di Fela Kuti come il progressive primigenio e trasversale di Fripp e dei King Crimson e le sonorità avant dei Tortoise di TNT, orchestrano qui, convenientemente coi brani ripresi, dei grandi e magniloquenti affreschi acustici. In un certo senso: un superamento mediante una acquisizione affidabilmente ponderata.

Ecco così che i soli di tromba in Kitty Wu saranno particolarmente avvolgenti, come pure le svariate cavalcate elettriche a cui spesso si concedono i norvegesi acquisiscono un sapore particolarmente talvolta epico, talaltra psichedelico. Il prog distorto di  One-Armed Bandit, Prungen e Bananfluer Overalt come la caoticità psicotropa e ironica di Music! Dance! Drama! vivono di uno spessore particolarmente fortunato e di difficile riproduzione, proprio per un approccio generico come il loro, in un studio e con una formazione più ristretta (se così si può dire).
Momenti di maggiore riflessione, drammatici e di intensità emotiva seguono in For All You Happy People, unico vero e proprio abbassamento dinamico dell’intero release, procedendo quasi sistematicamente fino alla magnifica chiusura, con una versione Oslo Skyline capolavoro da What We Must (loro esordio su Ninja Tune) che tocca le corde, se non della commozione, almeno dell’immaginazione più libera e gratificante.

Sostanzialmente un disco da realtà ormai del tutto consacrata, che, seppure non sazierà del tutto la fame di chi avrebbe desiderato come imminente uno nuovo in studio, li consolida ad ogni modo come una delle realtà più riuscite di un certo sincretismo avanguardistico che voglia parlare laicamente al proprio, ampio, pubblico.

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