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Avevamo lasciato Jam City alle prese con una personale (ma neanche troppo) visione anni ’80, affiorata nel dimenticabile secondo lavoro, Dream A Garden. Visione, questa, filtrata attraverso un immaginario vapor e un debole per le melodie pop che, a distanza di cinque anni e mezzo, si mantiene salda nella testa e nella penna di Jack Latham. Pillowland gioca a mischiare le carte: ma siamo sempre lì.

A partire dalla copertina – super colorata, sintetica e cartoonesca – il concentrato di romanticherie 80s per drum machine coll’eco e sintetizzatori è rimasto lo stesso. A cambiare semmai è il tipo di approccio al pop che da una base di wave e dream ha svoltato pop e basta e questa chitarrina (suonata sempre in modalità jam) che si è fatta più presente, magari suonata in modalità Prince buonanima, come notiamo nell’iniziale Sweetjoy.

Su queste basi Latham dipinge un ritratto della gender fluidità in dieci bozzetti con pennelli photoshop non dissimili da quelli usati dal boss di Pc Music A.G. Cook. Pillowland è un po’ il gemello diverso di Apple, o meglio è come avrebbe suonato quel disco se ad averlo prodotto ci fosse stato l’Ariel Pink pre-fama, con tutte le metafore della cenerentola addormentata davanti alla TV del caso. D’altro canto, volendo rimanere nella contemporaneità, neppure l’aggancio con We Are Who We Are è fuori luogo qui, dato che un brano come Climb Back Down pare uscire diretto dalla penna di Blood Orange.

Non è in discussione il tentativo di Jam City di suonare per l’oggi con un paradigma di ieri sempre valido, eppure proprio questa rielaborazione, a tratti (inevitabilmente) hypnagogica (Cherry, o gli intermezzi Actor Baby Desert Nobody), è il suo più grande limite. I brani si perdono in un abisso di sensazionalismi, con il contesto a diventare il testo stesso. Il senso, ok, va cercato anche da queste parti, nel concetto, eppure, in questo continuo rimandare ora al passato prossimo (la chillwave), ora a quello remoto (le chitarrine di cui sopra), ora ancora al presente (Cook), Pillowland, pur dolcissimo ed escapista, ripete cose già ampiamente dette e soprattutto le dice per non dire assolutamente nulla. Un disco buono per un bagno di nostalgia canaglia e pure festaiola (They Eat The Young), ancor più valido per la nostra personal San Junipero ma che come quella finisce in una bolla di sapone colorata quanto effimera, in un lampeggio di led in una pila infinita di computer box industriali.

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