• Gen
    13
    2014

Album

Believe

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A vederlo così, con l’immancabile barba e il ricercato abbigliamento da cacciatore d’orsi, James Vincent McMorrow potrebbe sembrare un altro – l’ennesimo – singer/songwriter immerso nei gelidi inverni delle montagne appalachiane, un novello Bon Iver pronto ad inserirsi nella lunga tradizione del cantautorato folk degli ultimi anni. Un’impressione confermata anche dai suoi precedenti lavori (il debut del 2010 Early This Morning e un EP omonimo del 2011), in cui il musicista irlandese si cimentava in canzoni intime e introspettive, accompagnate da una chitarra acustica e da un falsetto in stile Justin Vernon. Il tutto unito a quelle atmosfere trasognate e visionarie debitrici verso i verdi spazi della terra d’origine.

Con una certa sorpresa, quindi, leggiamo che il sophomore Post Tropical è stato registrato nel tentativo di riprendere “i suoni e le movenze dei dischi hip-hop che amo di più”. Un cambio di direzione importante e inaspettato, che rende l’album un incrocio tra la vena pop di James Blake e Jamie Lidell e sonorità soul e R&B, arricchite da una patina d’esotismo tropicale lontano anni luce dal folk degli esordi.

Dunque, lasciati da parte l’acustica e il bucolico lirismo delle prove passate, McMorrow si muove adesso nei territori di un alt-pop ibrido e sofisticato, come dimostra l’opening Cavalier. Un brano che riassume i motivi ricorrenti del disco, ovvero il languido falsetto, gli inserti elettronici e certe rarefatte melodie black. Se con la successiva The Lakes potremmo pensare ad un ritorno di fiamma verso sonorità in aria folk/americana, l’intro in drum-machine di Red Dust mescola di nuovo le carte in tavola, con l’incedere ambient a far da contrappunto all’uso dell’autotune. Cambi di direzione che si concretizzano anche attraverso l’utilizzo del pianoforte, ad esempio nella scarna introspezione di una Looking Out tenuta insieme da un bel gioco di cori, o il ricorso alla chitarra, presente in Repeating, a introdurre un finale che culmina in orchestrazioni gospel. Sul finire, ritorna l’anima plastica e luccicante (ma non posticcia) della title-track o di Glacier, ulteriori esempi di un cantautorato elegante e centrifugato, in cui le stilizzazioni di genere vengono bellamente ignorate, in favore di un mix sonoro che mescola con disinvoltura forma pop e ricercatezza electro-soul.

I fan della prima ora gli rimprovereranno di essersi allontanato troppo dai canoni del folk tradizionale; gli ultimi arrivati, invece, apprezzeranno senz’altro il tentativo di James Vincent McMorrow di esplorare nuovi territori, così come la volontà di registrare un album che lui per primo avesse voglia di ascoltare.

21 Gennaio 2014
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