Live Report

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Di tutte le sue molteplici peregrinazioni, quella con l'Hilliard Ensemble è stata per Jan Garbarek una delle più prolifiche, sia sotto il profilo delle vendite che per quello artistico. Officium, il primo disco firmato insieme, nato da una delle tante intuizioni geniali di Manfred Eicher, rimane uno dei best-seller ECM, e sono centinaia i concerti tenuti in tutte le più belle chiese del mondo dall'accoppiata, a confermare la nascita di un repertorio che travalicando i generi li ha annullati quasi del tutto, ma rivitalizzandoli. Occasione assai ghiotta, dunque, quella della presentazione di Officium Novum, terzo capitolo registrato a undici anni dal precedente Mnemosine, nella splendida Basilica di S. Maria Maggiore a Bergamo per il festival “Contaminazioni Contemporanee”. Il quartetto vocale inglese, dedito soprattutto alla musica medioevale e rinascimentale (ma con qualche saltuaria incursione nella contemporanea di Pärt, Bryars e Cage), e il saxofonista norvegese (jazzista decisamente sui generis e non per questo esente da critiche in quarant'anni abbondanti di carriera) si erano già incontrati qui due anni or sono per una data del Bergamo Jazz diretto da Paolo Fresu. Ritrovarli è quindi l'occasione per verificare ancora una volta dal vivo l'impressione superlativa dello scorso appuntamento.

Rispetto ai predecessori, Officium Novum si sposta sulla musica classica armena di Komitas Vardapet, ma torna anche al già frequentato Perotino e inserisce brani autografi del duo e di Arvo Pärt. Tuttavia le notazioni storico-geografiche perdono quasi del tutto la loro valenza di fronte alla forza di una musica capace di unire attraverso dialoghi d'intersecazione, e addirittura scontro, o di soave accompagnamento, due concezioni del Sacro che per forza di cose sono estremamente diverse: cristallina, rigida ma straordinariamente multiforme quella dell'Hilliard; mistica, tormentata e incline alla divagazione quella di Garbarek. Come i cinque ci riescano lo si capisce nel momento in cui, grazie a un gioco di fraseggi corrisposti o d'impietosa contrapposizione, vanificano luoghi e istanti permettendo il realizzarsi di un'unica dimensione, quella verticale. E allora l'impressione è di essere dinanzi ad un qualcosa di definitivo e davvero assoluto. Se c'è una causa oltre lo spazio e il tempo che obbliga da secoli ad ogni essere umano di porsi questioni sull'essere al mondo e poi sul non esserlo più, in un percorso che racchiude per ognuno sicura gioia e sicuro dolore, quella causa Jan Garbarek e l'Hilliard Ensemble la riafferrano e la riaffermano ogni sera. Nell'interazione tra voce e fiato, nella completa trasformazione del corpo in oggetto sonoro vibrante, o ancora nella ricerca di rifrazioni uniche muovendosi fra le arcate e le colonne della Basilica con esiti a dir poco esaltanti. Potenti come bassorilievi senza tempo; illuminati come fiumi verticali di luce. Uomini ispirati, prima di tutto, dal loro essere tali.

30 Settembre 2010
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