Recensioni

Su YouTube girano alcuni video della band in concerto a Milano. Era il 1990. Eric Avery, il bassista originale, era parte integrante e motore propulsivo di una band più unica che rara. Al tempo Perry Farrell era ancora allucinato e reduce dai suoi folli Three Days, quello stesso brano diventato un viaggio sognante tra psichedelia e hard rock grazie alla chitarra zeppeliniana di Dave Navarro e con uno Stephen Perkins immenso dietro la batteria. Quel concerto, da allora (giustamente) mitizzato dai presenti, è l’istantanea di un gruppo in stato di grazia e pronto a implodere su se stesso. Da allora le occasioni per vedere i Jane’s Addiction in Italia sono state veramente poche. Fare un paragone 26 anni dopo risulta difficile.

Smaltita la furia iconoclasta del periodo e con il reiterato abbandono di Avery (rimpiazzato dal buon gregario Chris Chaney) dopo alcune comparsate in un tour con la line up classica, la band, risorta a più riprese come una fenice dalle proprie ceneri, vive della rendita garantita dal proprio glorioso passato. Ora come allora i Jane’s Addiction tornano a Milano. Sopravvissuti a se stessi e a Los Angeles: alla parte più malfamata della città, quella dei bassifondi descritta tra i solchi dei loro dischi, raccontata dai loro volti, ora stravolti, contraffatti dal successo, ora risorti (o perlomeno distesi) tra cambi di line up, scioglimenti e riconciliazioni. Più che reduci, sono dei miracolati. Profeti dell’alternative più nobile e illuminante a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, una miscela incendiaria che ha visto in Nothing’s Shocking e nel successivo Ritual de Lo Habitual due capitoli imprescindibili per comprendere lo sviluppo e l’evoluzione di certo rock americano. Stando al gioco, è facile tornare indietro a 20 anni fa. In un’ora e mezza di show, stage diving e pogo selvaggio, tra altri reduci, stavolta del pubblico (qualcuno dallo storico live di cui sopra???). Molti dei quali negli “anta” da tempo e per affinità generazionale e sensibilità artistica molto vicini ai musicisti di Los Angeles.

E il testamento sonoro della prima fase della band è il motivo dietro al tour che ha toccato, come unica data nel Bel Paese, Milano. Basta l’intro di Stop e viene giù tutto. Un magrissimo Farrell, eccellente e navigato showman in completo, si “confida” con il pubblico, raccontando il suo lato più normale ed inedito: «che bello tornare qui dopo tanto tempo… stavolta mi sono fatto accompagnare dal figlio, abbiamo mangiato la pizza », salvo poi pretendere giorni di sesso sfrenato dalla moglie dopo averla portata a fare shopping: «Milano è la città migliore del mondo per fare shopping». Incorreggibile. Dall’altra parte Navarro, axeman in posa per la gioia dei fan. Mountain Song è, come da copione, clamorosa, perfetta. Altrettanto non si può dire di Just Because (estratta da Strays del 2003), con alcuni problemi tecnici nel settaggio che hanno costretto Navarro a un pit stop per cambiare chitarra in corso d’opera. L’uno-due con il funk di No One’s Leaving ed Ain’t No Right è clamoroso: riff micidiali dell’ex Chili Peppers e Farrell sugli scudi come sempre. Ancora pogo e divertimento con il funk dopato di Been Caught Stealing, cantato all’unisono dalle prime file. Il climax è però rappresentato da Three Days, dove un fan “duro e puro” si sbilancia: «la più bella di sempre». Chissà… però è eseguita ancora una volta magistralmente.

Provvidenziale per riprendersi dopo la lunga cavalcata del brano simbolo di Ritual, la morbida psichedelia di Then She Did. Discorso analogo per Classic Girl. Da segnalare anche l’omaggio a Bowie – grande ispirazione per lo stesso Farrell – con la sua Rebel Rebel proposta in una versione molto (forse troppo) fedele all’originale. Nothing’s Shocking è il mantra recitato dal cantante in Ted, Just Admit It , mentre due ballerine impressionano (veramente) il pubblico con una performance di body suspension: appese a cavi collegati alla schiena. Esibizione decisamente più ortodossa quella della moglie dell’ideatore del Lollapalooza, Etty Lau, e di un’altra ballerina on stage. In chiusura il saluto sulle note di Jane Says, per quello che speriamo sia solo un arrivederci…

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