Recensioni

7.5

Dischi pensati e realizzati durante la prima ondata che vengono buoni per la seconda: mi sa che dovremo abituarci a uscite di questo tipo. Nella fattispecie, è un bel abituarsi. Riguardo a cosa contenga Love Is The King, quarto album da solista per Jeff Tweedy, concepito “per consolarsi” durante il lockdown di primavera, suonato da solo col (non) piccolo aiuto dei figli Spencer e Sam, più il sodale Tom Schick alla produzione, non è neanche il caso di soffermarsi troppo. Conosciamo ormai come il leader dei Wilco abbia sviluppato un istinto rivestito in egual misura di ragione e sentimento per il folk-rock tradizionale che s’incrina dall’interno, per le stanze opache in cui si consuma una battaglia invisibile tra luci e ombre, per l’impasto agrodolce di depressione e spasmo vitalistico, spolverato casomai da quel po’ di speranza che somiglia sempre un po’ alla rassegnazione.

Direi che Love Is The King è un concept-album, sì, con per tema l’amore in quanto condanna e assieme assoluzione, la chiave che ti libera dalla cella ma la stessa che in ogni momento può imprigionarti a tripla mandata. Un dominatore. Un re. Dal quale non c’è scampo: siamo destinati a farci i conti, come con tutto quello che non puoi controllare, che ti porta in alto e ti lascia nella polvere. E l’unica risposta che puoi dare è: continuare a crederci, ad avere fiducia, a provare amore. “When push comes to shove/Love is the king”, sentenzia la title (nonché opening) track, ballata che caracolla come un pugile allo stremo, e com’è bella – nella sua esposta imperfezione – quella chitarra che sfrangia psichedelia esausta nel finale, un lampo sfibrato nel cuore tumefatto dalla vita. 

Le tracce sembrano apocalissi tascabili, collassate in un’intimità sconcertata. Sono cronache impressioniste da un paese devastato, bozzetti di esistenza che oscillano tra ballate folk stropicciate e pezzi elettrici più languore che baldanza. Tra le prime non si può non citare Even I Can See (il primo Dylan nella casa di bambola di un candido fatalismo, con barlumi di fede a cui casomai aggrapparsi), la morbida A Robin or a Wren e soprattutto la struggente Bad Day Lately, con lo spettro della depressione che sfarfalla nella pancia, tutto un senso di abbandono e vie d’uscita sigillate, ma anche una tenerezza che chiama Neil Young a flirtare con Lennon e i Big Star in una stanza fumosa.

Quanto agli episodi più ruspanti, spiccano Gwendolyn con le sue pennellate acidule e il disincanto screpolato (“Honestly Gwen, I’m not ashamed to say/Between you and me, I’m relieved they put you away”), l’asprigna Natural Disaster col passo degno dei più ruvidi Flying Burrito Brothers e l’amarezza stemperata da un’ironia che non fa prigionieri (“I’ve never been buried up to my neck in mud/But I have fallen in love/And that’s enough/Of a natural disaster for me”), infine Half-Asleep che sguscia l’anima su un letto di vetri rotti power-pop, per poi azzardare una meravigliosa elevazione conclusiva attraverso la semplicità disarmante di versi come “When you need me/I’ll be there”.

Nella sua semplicità frastagliata, con la sua franchezza febbricitante, Tweedy suggerisce – il tono calmo e risoluto di chi ha scolpito la consapevolezza una ferita alla volta – che è del tutto inutile fuggire dal disastro dei sentimenti, perché il disastro sei tu (“Shadows start at my feet/Oh I’m troubled/But the trouble’s still me”, canta nella lennoniana Troubled), perché il disastro è anche il motivo per cui ti rimetti in piedi, casomai. 

Nulla di nuovo, certo. È una vita che il buon Jeff – da solo o con la band – ci racconta la profondità e l’estensione delle sue ammaccature. Ma raramente un disco rotto è sembrato tanto intenso e, suo modo, impeccabile.

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