Recensioni

7.1

Al debutto dopo un discreto EP (Airwalker)
uscito lo scorso autunno, il songwriter californiano Jeremy Jay lo
diresti appena uscito da un film in b/n periodo Novelle Vague francese,
con quella stilosità teen sixties e l’estetica eighties ripresa proprio
da quegli anni. Poi si vengono a scoprire ascendenze europee, svizzere
per la precisione, e tutto comincia a tornare.

Ad ascoltarlo, viene fuori un curioso mix di sensibilità fifties (un Buddy Holly mixato Riche Valens a sua volta passato attraverso gli Ottanta costelliani che a quel suono si rifacevano, si ascolti Till We’ll Meet Again per dire), di cantautorato Gainsbourg meets Francois Hardy– anche nell’attitudine piuttosto romantica ebbene sì – , di sound che
più new wave di così non si può (quelle tastiere e quei bassi
inconfondibili, si veda Escape To Aspen, bassi già
abbondantemente presenti nell’EP d’esordio), di chitarrismo molto
Ottanta, il tutto tenuto insieme da un’attitudine che ci ha fatto
pensare a una sorta di Micah P Hinson meno tormentato (e folk) ma egualmente dotato. O a un Jonathan Richman nello stesso modo scanzonato.

I
toni si scuriscono nell’album, grazie anche alla voce acida di Jeremy,
in quella che definiremmo una rielaborazione di quarant’anni e più di
cantautorato da questa parte e dall’altra dell’Oceano. Parla di
“beautiful rebels” ed “heavenly creatures” il Nostro, con aria
sorniona. L’attitudine è sincera e lui ci crede, immerso nel suo
immaginario di fascinazioni decadenti. Gli crediamo anche noi. Una
conferma.

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