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7.1

Jesse Malin è stato in silenzio per circa cinque anni, ma nell’ultimo anno ha recuperato tutto, prima con New York Before The War e ora con il nuovo Outsiders, che esce per One Little Indian e viene annunciato come il più crudo ed essenziale dei suoi otto album in studio.

Il disco è stato scritto e registrato di getto in Pennsylvania negli studi di Don Dilego, e questo particolare si percepisce chiaramente: le undici canzoni di Outsiders suonano infatti urgenti, immediate, di stomaco. C’è sempre la metropoli americana nel campionario stilistico di Jesse Malin, divenuta ormai un tratto caratteristico della sua estetica. Edward Hopper suona ammaliante e rilassata, Whitestone City Limits prende a schiaffi con quel rock and roll arcaico e viscerale, Here’s The Situation è un treno notturno che finisce dritto in un garage. Il ventaglio stilistico di Jesse Malin è come sempre variegato, e c’è spazio per una cover gentile di Stay Free dei Clash, da sempre uno degli amori confessati del cantautore americano.

L’urban black funky di Society Sally (uno degli episodi migliori dell’intero album) prende a prestito le suggestioni di Beck, mentre la ballata All Bets Are riporta gli orologi indietro di diversi decenni, con una scrittura semplice ed efficace confluita in sonorità vicine al santuario dei Velvet Underground. Davvero convincente poi il finale di disco con l’accoppiata In The Summer / You Know It’s Dark When Atheists Start To Pray (che sintetizza il meglio della tradizione compositiva americana anche grazie a quella marching band finale tutta fiati e attitudine New Orleans).

Jesse Malin mostra di essere un cantautore capace di rigenerarsi sempre all’interno dei propri stilemi, e questo Outsiders paradossalmente è un album migliore dell’appena precedente New York Before The War.

 

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