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Se il 2020 significherà davvero la fine di qualcosa, sapere che un altro pezzetto di “vecchio” mondo musicale, una sigla i cui natali risalgono addirittura agli ultimi tornanti del secolo scorso, sta per accomiatarsi non ci rende troppo allegri. Salutare i Joan of Arc non sarebbe di per sé un dramma se non fosse che il clima tutto particolare che stiamo vivendo rende insopportabile anche l’idea di una perdita per la quale, in altre circostanze, non ci stracceremmo le vesti. Sapere che per loro è la fine fa un po’ uno strano effetto e non fa che aggiungere nostalgia alla nostalgia, inquietudine all’inquietudine.

Tim Kinsella, il leader del quartetto, è uno che la sa lunga. Insieme a suo fratello Mike fondò prima i Cap n’ Jazz e poi gli Owls; e a seguire chiamò a raccolta un pugno di altri musicisti della scena di Chicago per dare vita al supergruppo Everyoned. Non solo. Alla creazione di cui ci stiamo occupando, i JOA, messi in piedi a metà esatta degli anni ‘90, corrispose anche un’emanazione dal vivo chiamata Make Believe e presto divenuta anch’essa progetto a tutto tondo.

Ora però Kinsella sembra aver deciso di dare una sforbiciata, a partire proprio dalla formazione nata subito dopo lo scioglimento dei suddetti Cap n’ Jazz. Non che la sua Giovanna d’Arco sia mai stata munita di punte particolarmente letali, ma il marchio sullo scudo era ben riconoscibile. Un pop-rock a tratti forzatamente sperimentale, “giocattoloso”, capace di attingere alla tradizione indie, post-rock ed emo tipicamente 90s e rovesciare il tutto nel nuovo millennio affogandolo in una soluzione arty/elettronica degna di certi sincopati gargarismi che potrebbero ricordare un Phil Elverum o magari i Fiery Furnaces. Con risultati in generale discreti ma – a essere onesti – nulla di più, incluso questo Tim Melina Theo Bobby nel cui titolo sono fissati i nomi di battesimo dei componenti la lineup conclusiva dell’ensemble. In altre circostanze ne avremmo parlato come di un lavoro tutt’altro che epocale, ma il clima da fine corsa, inquadrato – come detto – in un contesto generale pieno d’interrogativi, non ispira a insistere coi distinguo.

E allora preferiamo partire dall’iscrizione sulla tomba e sottolineare come un epitaffio migliore di Karma Repair Kit, l’unico momento che oseremmo dire monumentale del lotto, Kinsella e soci non avrebbero potuto scriverselo; per poi magari porre l’accento sui pregi, più che sui difetti in fase compositiva, di certi passaggi dove a emergere è l’attenzione per i suoni più che per il resto, dal singolo di lancio Destiny Revision, brano atmosferico ed emozionale per chitarre folkish e brumosi rumorismi, a Something Kind, impertinente nenia cantata da Melina Ausikaitis, nel combo in pianta stabile a partire dal 2012; da Cover Letter Song, strappo elettro-rock dal gusto gotico, alla conclusiva e sognante Upside Down Bottomless Pit. Niente di eccezionale, ma da un disco d’addio, in fondo, perché aspettarsi di più?

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