Recensioni

«La storia che sto per raccontare è successa nei primi anni ’90, nel periodo del conflitto con Saddam e l’Iraq. Lo dico solo perché a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe… perché, che cos’è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles». Il monologo introduttivo dello Straniero ne Il grande Lebowski è la perfetta esemplificazione di ciò che il film rappresenta e ha intenzione di rappresentare sullo schermo. È la quintessenza di un discorso sull’America, sui suoi costumi e sul suo multiculturalismo che Joel e Ethan Coen avevano innestato nei loro lungometraggi dapprima in maniera soltanto velata (Blood Simple, Arizona Junior), ma che in seguito si sarebbe fuso completamente con il loro sguardo cinematografico (Mister Hula Hoop, Fargo), garantendo loro una cifra stilistica spesso parodiata e serializzata, ma mai qualitativamente eguagliata, se non in maniera del tutto personale e su binari narrativi decisamente più lontani, pur appartenendo alla stessa categoria di riferimento (si pensi ai lavori di Sam Raimi, Terry Gilliam, Quentin Tarantino o Paul Thomas Anderson, paladini come i Coen del post-modernismo cinematografico).

Parzialmente ispirato alla trama de Il grande sonno di Raymond Chandler, Il grande Lebowski uscì all’indomani dello strabordante successo di Fargo, pellicola agrodolce sulle atrocità della periferia americana, intrisa di orrori e un certo gusto per il macabro e il grottesco. Ancora una volta i fratelli del Minnesota, quindi, stupivano tutti con un’altra virata sulla rotta della loro filmografia, mai ripetitiva eppure ricorrente per temi e sensibilità stilistica. Anche lo stile è cambiato: sebbene il punto di riferimento primario sia il noir, niente ne Il grande Lebowski richiama il genere – se non lo spunto dal quale prende il via la vicenda, ovvero il rapimento di Bunny. Nel film, infatti, troviamo condensati nell’arco di un paio d’ore diversi stili che richiamano i generi più disparati: se lo scheletro è senz’altro quello di una commedia, al suo interno di ramificano digressioni western (con la comparsa del narratore cowboy e del tipico tumbleweed che rotola per le strade di Los Angeles), sensazioni thriller à la Hitchcock (lo scambio di persona e la sequenza dal pornografo che rimandano direttamente a Intrigo internazionale), per poi oscillare ripetutamente tra cartoon (le sequenze oniriche rimandano più volte a quel tipo di immaginario) e satira di costume. C’è anche chi ha avuto modo, non senza esagerare, di paragonare le vicende del Drugo Lebowski e dei suoi due compari di scorribande, il reduce del Vietnam Walter Sobchak e il mite Donny, a un’assurda rivisitazione della quest medioevale per eccellenza, quella del Santo Graal (Andrew Rabin nel saggio A Once and Future Dude: The Big Lebowski as Medieval Grail-Quest). In verità, la cosiddetta quest nelle storie intessute dai fratelli Coen c’è sempre stata, un perenne viaggio alla scoperta di se stessi, governati per lo più dalla casualità e dal fato beffardo. Ne Il grande Lebowski la quest stessa non è che un mero McGuffin, così come ogni svolta narrativa all’interno della trama sembra indirizzare lo spettatore verso una soluzione che verrà prontamente smentita dalla sequenza successiva.

Di fatto, il motore dell’azione è generato da un rapimento che non ha mai avuto luogo (Bunny si è semplicemente allontanata da casa senza avvisare nessuno), il recupero della valigetta piena di soldi da parte dei nichilisti, da Jackie Treehorn e dagli stessi Drugo e Walter è privo di senso, visto che la valigetta in questione non ha mai contenuto nemmeno un dollaro. È tutta una vorticosa girandola di eventi, di svolte, di assurdità che assumono una parvenza di realtà giustificata dal fatto di essere disvelate da personaggi stravaganti ed eccessivi (e per questo memorabili), che sembrano insomma abitare un universo fatto di regole tutte loro, ma che potrebbe benissimo realizzarsi sotto i nostri occhi sgomenti. D’altronde, in una storia in cui perfino il narratore perde il filo del discorso, sarebbe superfluo mettersi a ragionare in termini di verosimiglianza, che pure non manca affatto, ma è lasciata decisamente fuori quadro. Persino l’epoca storica in cui la vicenda è ambientata ha qualcosa di magico e meraviglioso: gli anni Novanta non sono mai stati così divertenti, sconclusionati o folli. Il merito va soprattutto a un insieme di personaggi che è la negazione di un concreto immaginario di quel decennio: Drugo è infatti un figlio della controcultura hippie, Walter rivanga continuamente i ricordi del Vietnam, Donny confonde Lenin con Lennon, i nichilisti sembrano non aver capito proprio nulla del movimento di cui si fanno portatori, e un pornografo con le idee molto chiare sul futuro. Tutto sembra richiamare un’altra epoca, un altro mondo, forse anche un altro cinema (con le peripezie dei protagonisti che non sfigurerebbero affatto accanto a quelle di Philip Marlowe ne Il lungo addio, tornando sempre a Chandler); perfino le musiche presenti nella colonna sonora riflettono questo stato di allucinazione, passando da Mozart a Bob Dylan, dai Creedence Clearwater Revival a Henry Mancini.

Dopo vent’anni di elucubrazioni critiche e dissertazioni su questa o quella filosofia, l’unica che continua ad ottenere il più ampio successo è riassunta nella tipica frase del personaggio principale: «Dude abides», ovvero «Drugo sopporta» (ben più consono della traduzione italiana che risolve con un più ottimistico «Drugo sa aspettare»). Ce la ricorderemo per sempre, soprattutto ogni volta che terremo in mano un White Russian o durante una partita a bowling (e che nessuno si azzardi a varcare la linea!).

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette