Recensioni

7.2

Si è preso 7 anni John De Leo per dare un seguito a Vago svanendo del 2007, ma si potrebbe dire che nel frattempo non è invecchiato: la voglia di inseguire un melting pot stilistico obliquo e stralunato rimane la stessa, fedele a una formula talmente strana che è difficile diventi maniera, anche grazie alla scarsità delle uscite e all’unicità della sua figura.

Perché il rischio ci sarebbe comunque: dietro a un concept basato sui personaggi di un condominio – un po’ la vecchia Raptus dei Quintorigo, un po’ La vita: istruzioni per l’uso (il romanzo di Georges Perec) – si seguono strade note. Vedi il brano fatto tutto con una voce che fa le veci dei vari strumenti e messa in loop (Il gatto persiano-Theme), il pop orchestrale circense anni ’30 (Il valzer del misantropo, l’inquilino che guarda tutti con diffidenza), certi anni ’50/Tom Waits visti dalla sua vecchia band (Apocalissi mantra blues e 50 euro), i riferimenti al razzismo, i giochi con la voce e altro, già presenti in qualche modo nel suo passato.

L’ispirazione però è buona e le variazioni stilistiche vanno a descrivere con estrema cura i vari caratteri dei personaggi di un condominio che potrebbe essere l’Italia stessa: l’uomo invasato che diffida di tutto è raccontato con un pezzo che i Litfiba canterebbero serii (50 euro), il minimalismo sommesso che diventa pretesco in Apocalissi… prima di decollare verso un jazz suonato alla maniera del vecchio gruppo di De Leo, o che piega verso una citazione del Bowie di Sweet Thing in Di noi uno, Uri Caine in persona ad accompagnare l’eterea The Other Side of a Shadow, i ricordi Hendrix di Muto (come un pesce rosso) o l’esistenzialismo su un hard rock da camera che in Io non ha senso richiama il Gaber più astratto di metà ’70. Una dilatazione in mille direzioni di una forma canzone che De Leo non dimentica mai, studiandola e sezionandola prima di farla muovere dal suo passato musicale a possibilità future che “la musica dei supermercati”, suo riferimento polemico nelle interviste, contempla sempre meno.

Poi, una volta che l’esplosione unisce tutti i destini, ecco un altro elemento che ritorna potenziato: l’uso della ghost track, che qui viene esteso fino ad ospitare un intero ghost album, colonna sonora onirica ma concreta (nel senso di musica) di un film mai girato, realizzata insieme all’Orchestra Filarmonica di Bologna (che suona anche nel resto del disco), ad arricchire il quadro dell’ampio universo musicale di un autore che, se pure continua a somigliare a se stesso, è anche vero che somiglia a pochi altri.

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