• Gen
    01
    1968

Classic

Fantasy

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Le avete mai sentite, voi, le tartarughe emettere un suono distinto? John Fahey c’è riuscito, ma non si è limitato a dar voce all’inaudibile: gli ha eretto attorno una muraglia di mitologie che giocano con l’ascoltatore, e quanto di post moderno c’è in tutto questo. Una specie di Thomas Pynchon della chitarra, che prese il blues dalle fonti – addirittura riscoprendone alcune – e lo intinse in una metafisica di gusto europeo. Le dita creavano così mondi senza pari, che suonasse o redigesse le assurde ma credibili note di copertina dei suoi album, con la sicura costantemente levata all’ironia e la voglia di farsi beffe di accademisti e convenzioni.

Simile in parte nell’operato all’autore de L’incanto Del Lotto 49, Fahey se ne distacca allorché la sua musica resta ancorata a terra e non diviene splendida applicazione di esercizi intellettuali. Magicamente, resta in bilico su quella sottile linea che separa cuore e mente, prendendo da uno e dall’altra e quando raggiunge i vertici – che sono numerosi e non si limitano a questo disco – consegna le chiavi per porte che si aprono bellezze supreme e incondizionate. Basta far scattare il meccanismo, ma talvolta può servire più di un tentativo ed è lì che in tanti perdono la pazienza. Sacrosanto allora amarlo con ancor più slancio oggi, John Fahey, quando la fretta e l’effimero si frappongono alla serenità e alla ricerca del tempo necessario a capire. S’ha da assimilare, deve infiltrarsi piano sotto pelle, respirarci da dentro, rimbalzare tra gli angoli del cervello. Solo allora ne saranno lampanti grandezza e cospicua figliolanza. Solo allora la sua semplice purezza verrà a galla.

Come un Celacanto, specie di pesce del Cretaceo che si pensava estinto e un bel giorno, negli anni ’30, si riaffacciò in un canale africano. John ne era affascinato, e non è difficile afferrarne le ragioni. Nello specifico, con The Voice Of The Turtle il chitarrista s’accosta alla cultura hippie, pur senza calarvisi come nel rock sui generis di The Yellow Princess, piuttosto osservandola dall’esterno e offrendone una lettura dai confini. Facendo caso all’anno di uscita ci si può aspettare lo sguardo fisso nella psichedelia: invece no, niente viaggi astrali; si cade dentro un io tormentato – com’è ricorrenza per il Genio – che si ripara in anfratti come l’orrido di cori muti tibetani A Raga Called Pat, Part III, in seguito calpestarsi di corde che consegna una maestà stilistica accecante. Quel medesimo io che, infine, trova asilo nella Storia, accertata (Nine-Pound Hammer) o fittizia (Bottleneck Blues) non fa gran differenza, perché entrambe si fondono indistinguibili nella coppia di Bean Vine Blues. E allora: il gong in distorsione di A Raga Called Pat, Part IV apre un orizzonte di falsa serenità; il flauto che guida la melodia perfetta di Lewisdale Blues lo fischiettano pure i bimbi. Train è puro “old time” tirato fuori dalla polvere che sollevano le danze di Bill Cheatum; Je Ne Me Suis Reveillais Matin Pas En May è restituita a Harry Smith con un sorriso; The Story Of Dorothy Gooch, Part I sono i Gastr Del Sol che inseguono logiche oniriche in sovrapposizione, disturbi su un distillato blues. Lonesome Valley termina il tutto su un fugace, sinistro rintoccare che riporta con sottile circolarità all’inizio, alle “Volk Roots” annunciate dalla copertina. Chiudi gli occhi e ti si presentano davanti, anche se non hai mai letto James Agee o visto una foto di Walker Evans, non conosci SteinbeckFaulkner (dal cui cuore attorcigliato proviene A Raga Called Pat, Part III: dalla mente del Vardaman di Mentre Morivo). All’inizio della carriera Fahey s’era inventato dal nulla uno pseudonimo, evocando un bluesman per celarcisi dentro più che dietro: lo scopo era, forse, esorcizzare il blues; capirlo e poi raccontarlo con parole – suoni cioè – che fossero solo suoi. L’aveva chiamato, quel chitarrista (quasi) mai esistito, Blind Joe Death…

15 Ottobre 2006
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