Recensioni

6.5

Qualche mese fa John Garcia ha pubblicato sui suoi canali social un breve video tratto dalle session di registrazione di The Coyote Who Spoke in Tongues: di schiena, seduto in penombra, solo le luci del mixer ad illuminare la stanza, quasi fosse uno stregone del desert rock. Immediatamente l’hype è volato alle stelle per quello che, lo stesso cantante di Kyuss, Unida, Slo-Burn, Hermano, Zun, Vista Chino (ma quanti sono???) ha descritto come «l’album della vita». Parole decisamente importanti, ma che oggettivamente sono state spese troppo facilmente: la discografia dei Kyuss è un termine di paragone a dir poco impegnativo. Alla base del progetto, arrangiamenti minimali, sorretti da trame esclusivamente acustiche.

Se escludiamo Her Bullet Energy, il feat. con Robby Krieger nell’esordio solista del cantante di Palm Desert (era il 2014), Garcia non aveva mai rinunciato ad amplificatori e affini. Il recente tour acustico (passato anche per Milano) è servito per provare e perfezionare nuovi brani, alternati ad una manciata di classici dei Kyuss. In questo senso, le cover della band madre sono assolutamente riuscite e non sfigurano al cospetto degli originali: Green Machine, con la voce sussurrata di Garcia, riesce a sorprendere e brilla di una nuova luce, ancora di più Gardenia. Seppur piacevole, poco ha da offrire l’inedito Give Me 250 ml; meglio le trame intricate ed ossessive di Kyle. Di un altro livello rispetto a questi inediti, la successiva The Hollingsworth Session, in cui il lavoro alla chitarra di Ehren Groban è ammirevole.

La line up – «not perfetc on purpose», si precisa sul disco – si completa con Mike Pygmie alla basso e Greg Saenz alle percussioni. In definitiva, la dimensione slow blues desertica di queste canzoni rappresenta un viaggio impagabile per gli amanti dei Kyuss e per i neofiti, e un’ottima occasione per conoscere il coyote di Sky Valley.

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