Recensioni

Quarant’anni fa Brexit sarebbe stato un termine astruso ma la Thatcher con l’Unione Europea, che allora si chiamava CEE, bisticciava ugualmente e il solco rappresentato dalla Manica era forse addirittura più marcato di oggi che la Gran Bretagna dall’UE se n’è andata davvero. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, intanto, c’era chi al Regno Unito guardava con un misto tra ironia e curiosità come se si trattasse di un altro pianeta, sicché decise di ambientarci un film che, in fondo, parlava proprio di alienazione. Questo qualcuno era John Landis e il film era Un lupo mannaro americano a Londra, quinta opera del regista di Chicago (terza da lui anche sceneggiata) che con essa ridefinì i confini della commedia horror allo stesso modo in cui aveva già riscritto i codici di quella musicale (The Blues Brothers) e inventato il filone dei film politicamente scorretti sui college americani (Animal House).

Parlare di commedia horror però è riduttivo. An American Werewolf in London era pure lui alienato rispetto al marasma di etichette che si possono affibbiare a un’opera. Faceva troppa paura per essere una commedia e troppo ridere per essere un film dell’orrore, e così alla fine restò lì, sospeso nel limbo dei non-generi allo stesso modo di come coloro che finivano trebbiati dalle zanne del licantropo restavano a vagare nel mondo dei non-morti, gli undead, fino a quando l’ultimo uomo lupo rimasto non fosse stato ucciso.

Ma tra i non-generi, il Lupo Mannaro di Landis ci stava da dio, e il non guadagnarsi una definizione era esso stesso una definizione. E pazienza se, per ironia della sorte, si trattò della pellicola che fruttò al cineasta americano il riconoscimento mainstream per eccellenza: l’Oscar, e nella fattispecie quello per gli effetti speciali conferito – in verità – non direttamente a lui ma al mago del trucco Rick Baker, il quale grazie a questa prova (impressionante, oltre alla metamorfosi da uomo a lupo di cui diremo più sotto, la resa delle mutilazioni subite dalle vittime del mostro, inquadrate spesso in primo piano e alla luce del giorno, la qual cosa testimoniava l’enorme fiducia riposta da Landis nello stesso Baker) un paio di anni dopo si sarebbe guadagnato, insieme al medesimo director, la chiamata di Michael Jackson per il video di Thriller.

Ma in che senso il film parla di alienazione? Diciamo che la fattispecie è evidente fin dal titolo: non solo lupo mannaro, il che dà già l’idea della diversità rispetto al resto degli uomini (e dei lupi), ma anche americano a Londra, cioè l’alienazione all’ennesima potenza, checché se ne possa pensare. La storia segue la vicenda di due studenti americani, Jack e David (che la casa di produzione avrebbe voluto far interpretare agli stessi John Belushi e Dan Aykroyd ma che poi, per insistenza di Landis, ebbero i volti degli altrettanto bravissimi Griffin Dunne e David Naughton), in vacanza in Europa. Prima – e ahiloro ultima – tappa, l’Inghilterra del Nord. Qui però vengono aggrediti da una mitica belva assetata di sangue che uccide Jack e ferisce David, il quale diventa a sua volta un licantropo, ma senza saperlo. Viene ricoverato in ospedale a Londra, dove riceve anche la visita del fantasma di Jack che cerca di convincerlo a suicidarsi, ma dopo essere stato dimesso, alla prima notte di luna piena inizia a compiere la sua carneficina. Nel mezzo, anche una storia d’amore con l’infermiera (Jenny Agutter) che lo aveva in cura, quasi una moderna riedizione de La bella e la bestia.

E agganci alla grande narrativa passata, cinematografica, romanzesca (chi ha detto Il mastino dei Baskerville?) o fiabesca che fosse, si avevano anche nella scena iniziale, probabilmente una delle più agghiaccianti di tutta la cinematografia dell’occulto. Era infatti nel primo quarto d’ora, ambientato in un minuscolo e immaginario paesino sperso nella brughiera inglese (in realtà le sequenze furono girate in Galles) che si consumava la sanguinaria aggressione ai due ragazzi. E qui Landis pagava pegno ai mitici film horror targati Universal degli anni d’oro (passione che eviscerò anche nel suo documentario Coming Soon, del 1982), in particolare L’uomo invisibile, pellicola di James Whale del 1933 tratta dall’omonimo romanzo di H. G. Wells, dal quale riprese praticamente tale e quale l’incipit. Ma non solo. Tra i capolavori della celebre casa di produzione, nel prosieguo del film veniva esplicitamente citato anche L’uomo lupo di George Waggner (1941).

Un bagaglio che fu però riletto sotto la lente sovversiva e dissacrante del regista dell’Illinois, che in un ambiente ampolloso come l’inglese, così conservatore e legato ai propri riti e tradizioni, poté sbizzarrirsi come non mai nei suoi tipici sberleffi anarchici: dalla scena in cui David, col fine di farsi arrestare perché ormai quasi certo di essere lui lo “squartatore”, prendeva a parolacce davanti a un bobby i reali inglesi (per “scusarsi” con la casata dei Windsor, nei titoli di coda i produttori inserirono le congratulazioni ai novelli sposi Carlo e Diana, convolati a nozze a fine luglio, poche settimane prima dell’uscita del film) e Winston Churchill a quella – esilarante – in cui lo stesso David si aggirava nudo in un bioparco scandalizzando i passanti, a quella dei due investigatori pasticcioni di Scotland Yard, a quella in cui Piccadilly Circus veniva “devastata” da un incidente automobilistico a catena in tutto simile a quello della sequenza finale dello stesso The Blues Brothers.

A tutto ciò si univa la passione di Landis per il genere gore di italica fattura (Lucio Fulci docet) con scene raccapriccianti come quelle delle uccisioni, portate da un mostro che per la prima volta veniva rappresentato a quattro zampe, e non a due come nella migliore tradizione Universal ma anche Hammer (L’implacabile condanna, 1961).

Un mostro la cui trasformazione da uomo ad animale veniva mostrata per la prima volta senza stacchi della macchina da presa, e ovviamente senza l’ausilio della computer grafica, che all’epoca non esisteva, in una delle sequenze più celebri della storia del cinema di genere (Landis vi aveva lavorato da almeno un decennio). Piglio voyeurista che era altresì perfettamente bilanciato dalla parsimonia con cui Landis svelava il mostro: facendo propria la lezione di Steven Spielberg con Lo squalo, il Nostro (che, molto hitchcockianamente, si ritagliò anche un brevissimo cameo nel film) preferì non mostrare il terrificante animatronic, se non per sparuti fotogrammi, fino alle battute finali della pellicola.

Un lupo mannaro americano a Londra era chiaramente figlio della commedia macabra de La piccola bottega degli orrori, Frankenstein Junior e The Rocky Horror Picture Show ma in seguito, e fin da subito, furono parecchi ad abbeverarsi alla fonte di questa magnifica opera, dal Joe Dante di Gremlins (a proposito: in quello stesso 1981 Dante provò anche a fare “concorrenza” a Landis con il suo, discreto, L’ululato) al Sam Raimi dei sequel de La casa, allo Steve Miner di House, al Peter Jackson di Splatters. Ma difficilmente replicabile era la mano del regista. Anche nel Lupo Mannaro c’era tutto il campionario landisiano quasi sempre presente nei suoi lungometraggi, dall’orrore dell’Olocausto (qui i “nazisti dell’Illinois” avevano le fattezze di mostri alieni assassini che animavano gli incubi del protagonista) alla bizzarra citazione della solita pellicola immaginaria, See you next wednesday (che qui si sostanziava in un film porno trasmesso in un cinema del centro di Londra).

Un lupo mannaro americano a Londra inaugurò anche una nuova riviviscenza dei licantropi al cinema. Tra gli anni ’80 e ’90 uscirono, per esempio, In compagnia dei lupi (1984), Unico indizio: la luna piena (1985), Voglia di vincere (1985), svariati seguiti del succitato L’Ululato, Wolf – La belva è fuori (1992) e il quasi apocrifo sequel Un lupo mannaro americano a Parigi (1997). Poi, invece di smorzarsi, la cosa riprese vigore nei 00s con – tra gli altri – Van Helsing, le saghe di Underworld e Licantropia, e anche un remake di The Wolf Man.

Infine, last but not least, del nostro bel film appena entrato negli “anta” come non citare la meravigliosa colonna sonora, la quale – oltre alle musiche originali di Elmer Bernstein – conteneva solo canzoni contenenti la parola “luna” nel titolo, e che canzoni: da Blue Moon nelle splendide versioni di Bobby Vinton, Sam Cooke e i Marcels a Moondance di Van Morrison, a Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival, il cui sinistro inizio recitava: «I see the bad moon a-rising / I see trouble on the way». Come a dire, citando il celebre warning che risuona nel film: «Rimanete in strada… e guardatevi dalla luna».

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