Recensioni

Corre l’anno 1945 quando Henri-Robert-Marcel Duchamp, pittore, scultore e scacchista francese poi naturalizzato statunitense, testa d’ariete di movimenti (anti-)artistici quali surrealismo e dadaismo, realizza un collage per la quarta di copertina di una rivista di nome Wiew, che ha pensato bene di dedicare un numero intero all’opera del nostro (anti-)eroe. Il testo della copertina, in realtà, è già di per sé un omaggio duchampiano con i controfiocchi, essendo composto di lettere ritagliate da riviste. Dadaismo docet. Ma quel che più conta è che il summenzionato testo è la definizione di un concetto assai caro a Marcel, e di sponda anche a noi: quello di “infra-sottile”.

Infra-sottile, nel gergo duchampiano, è quel quid che esprime/cattura concetti. Fenomeni, stati al limite della percezione cognitivo-sensoriale. Tipo «quando il fumo del tabacco si sente anche dalla bocca che lo esala, i due odori si sposano per infra-sottile». Tipo. O ancora tipo la polvere, il vapore, il fumo, l’ombra, la brezza, la bruma, il movimento, il caso, il ritardo, l’anticipo. Insomma, infra-sottile è tutto ciò che staziona in quella terra di nessuno situata fra l’apparenza e l’apparizione. Ed è un concetto, va da sé, che non riguarda solo quanto di impalpabile si ritrova nella pittura di questa o quest’epoca, ma vale per tutte le arti e anche per la vita. Dunque, vale anche per la musica.

Ed è qui che entra in ballo John White, che in questo doppio CD targato Ants Records, lussuoso e lussurioso come al solito e ben fornito di note esplicative, si rivela un campione post-cageano dell’infra-sottile. Attivo sin dai tardi anni ’50, John è un composer-pianist “classico” che di classico ha poco e niente. Nella sua lunga e variegata carriera, si è distinto come musical director tanto nell’ambito della danza quanto in quello teatrale, ma in questi due CD è il compositore elettronico a trovare spazio. Un compositore, si capisce, che sa spaziare dall’elettronica colta (vedi alla voce Stockhausen e Babbitt, per citarne solo un paio) a quella incolta e zeppa di humor (lambendo territori “umoristici” – sì, anche lo humor è catalogato da Duchamp fra gli oggetti/soggetti dell’infra-sottile – che variano dal techno pop e dal synthpop, sino alle effervescenze tipiche di certo Space-Age Bachelor Pad Sound). Se volete entrare nel mondo effervescente e per nulla stereotipato del John White compositore, questi due CD della Ants sono il modo giusto per farlo. Approfittatene.

Passiamo adesso al 3 volume di Schwingende Luftsäulen, targato Werner Durand. Che ci propone il musicista tedesco in veste solista, alle prese col fantomatico pan-ney, uno strumento musicale (per metà è un gigantesco flauto di Pan, e per l’altra è un peculiare marchingegno elettronico) sviluppato dal Nostro nel lontano 1984, capace di emanazioni “infra-sottili” a metà fra l’ambient music di Brian Eno, la new age, certe spezie impalpabili à la Harold Budd e soprattutto tanto, tanto minimalismo storico (Steve Reich e Philip Glass in primis), al quale si aggiunge una coloritura “primitivista”, ma non per questo ostile all’orecchio del neofita, che non spiace affatto.

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