• apr
    08
    2016

Album

42 records

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Dalla LA degli wonky beat, passando per le fondamenta house, funky e disco tanto di Chicago quanto di NY, le rivisitazioni cosmiche della nostra disco da parte degli scandinavi, e ritorno a casa. L’esordio lungo del salentino Fabrizio Martina, in arte Jolly Mare, è un giro attorno al mondo in termini di produzione e arrangiamenti elettronici, ma ha solide basi italiane. Non è il solito disco di sample e ritmi che ci potremmo aspettare. Neanche la solita rivisitazione di casa nostra tra Piero Umiliani e l’Italia delle sigle televisive, di Sanremo, delle Anna Oxa e Loredana Berté conciate come punk londinesi. Nemmeno l’ispettore Norse travestito. È molto meglio di così. È un disco di un producer maturo, che ha assemblato il materiale raccolto da incontri con musicisti, come De La Montaigne o QuietDust, conosciuti durante le session a New York di Red Bull Music Academy. Ma Jolly Mare porta anche quella solarità e freschezza funky e disco che lo ha visto guadagnarsi gli apprezzamenti del pubblico del Sonar di Barcellona del 2014 con dei set che davano cassa ed energia ai classici della tradizione italiana (noto l’edit di A me me piace o’blues di Pino Daniele).

Nella sua prima esperienza da producer e musicista, il Nostro sceglie un approccio poco digitale. Privilegiando gli strumenti tradizionali, dagli acustici ai sintetizzatori passando per le drum machine. La batteria, per esempio, anche quando è elettronica, è doppiata da un vero batterista. Mechanics è un album di disco e funk a tutto tondo, dunque un album coloratissimo e zeppo di fascinazioni e influenze. L’ideale colonna sonora del chiosco al mare per un’estate infinita, di quelle che si perdono nella memoria. Al solito, anche da queste parti c’è molto Ottanta, c’è un’Italia che non c’è più, ma nulla qui risponde ad una facile citazione o nostalgia, al contrario il mix è fragrante e complesso, emancipato dai suoi rimandi seppur radicato in essi.

È un groove che talvolta unisce, sui quattro tempi, lo stile degli wonky beat (Lone di Reality Testing) a meditazioni di stampo jazz-rock (o anche nu jazz alla St. Germain ), come nel caso di Temper, oppure sorregge, in salsa balearic, una probabile hit radiofonica come Hotel Riviera, brano lanciato in anteprima da Gilles Peterson sulla BBC che è la storia di una relazione interrotta in un albergo cantata da Lucia Manca, in versione moderna Bertè. C’è una calda malinconia Hun così come le spiagge di Sade nelle note di pianoforte e nella voce della drag queen Crazy Bitch in A Cave, in Broken Ceilings, una ballata di elettronica downtempo. Con QuietDust in Universe of Geometry e De La Montagne in Want You Bad si toccano ambienti r’n’b popolati da quella nostalgia e sensualità vintage. Poi c’è la festa vera e propria, le camicie floreali e i cocktail in riva al mare. Hungry Angry parte deep per poi decollare in sprizzanti funky disco e tocchi italo-fusion. Riferimenti che continuano in Steam Engine, la più carica di energia dancefloor con un groove che gira attorno a chitarroni su cui si posano vocals, tastiere, synth, effetti. E qui emerge l’esperienza dietro ai piatti di una consolle in giro per l’Europa.

Ma in Mechanics Jolly Mare non guarda solo a quel mondo. Evita, cioè, di ridursi al mix tra sample anni Ottanta e cassa in quattro tempi, costruendo un album che spazia negli stili e nelle sensazioni mantenendo il trait d’union nel gusto per il groove e la nostalgia italiana. Un bel lavoro destinato a funzionare anche all’estero; non è un caso che venga presentato il 16 aprile prossimo al Le Bain di New York. Infine, si tratta anche di un lavoro che funziona in cuffia o nell’autoradio, e funziona perché l’insieme è superiore alla somma delle singole fascinazioni e perché possiamo racchiuderlo in un moto vivo che ha una sola, grande casa: il funky.

13 aprile 2016
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