Recensioni

7.5

Già due anni fa, con il primo volume della serie Pentimento (nessuna accezione moralistico-religiosa, ma termine tecnico preso dall’arte figurativa per indicare le stratificazioni di segno/suono, come già ben detto da Stefano Pifferi in sede di recensione di Listening To Pictures), il nome di Jon Hassell era tornato alla ribalta contemporanea dopo anni di offuscamento mediatico, riportando sacrosanta attenzione verso un artista la cui importanza, in un’ideale storia dell’allargamento dei confini della musica oltre gli steccati di genere, luogo, tempo, strumentazione e intervalli tonali, è davvero fondamentale. L’influenza dell’americano, classe 1937, si fa sentire già da quel Vernal Equinox che, registrato nel 1976 e pubblicato nel 1978 (e rimasterizzato proprio quest’anno), portava alla luce in maniera già compiuta i mirabili risultati della percolazione dello stile vocale kirana dell’India settentrionale attraverso il jazz elettrico di ispirazione milesdavisiana, passando per la sperimentazione elettronica europea (forse non tutti sanno che la prima testimonianza dell’attività del Nostro è una registrazione datata 1964 di un pezzo elettroacustico realizzato a Milano presso il mitologico Studio di Fonologia Musicale della Rai) e le esperienze del minimalismo (di cui Hassell è stato diretto protagonista al fianco di Terry Riley e La Monte Young): intuizione che, con l’endorsement vampiresco di Brian Eno, porta alla nascita di un nuovo concetto di sincretismo musicale, etichettato azzeccatamente come “quarto mondo”. Il resto è storia, appunto, ma non ancora fatta e compiuta: una vena preziosa lungi dall’essere esaurita.

Riassunto e rilancio di una carriera fenomenale, Seeing Through Sound prosegue nella metafora sinestesica lanciata dall’album precedente: musica da vedere, visioni da ascoltare. Evidente frutto delle medesime modalità compositive (nei credits figurano gli stessi collaboratori, tra cui segnaliamo almeno Rick Cox, nel giro hasselliano da Fascinoma, 1999, in poi), il lavoro risulta meno sorprendente ma solo in quanto secondo volume di un’opera da gustare in blocco. L’iconica tromba “suonata come una conchiglia”, elettronicamente sezionata per farne emergere armonici e ombre diagonali, è ancora dosata con parsimonia, risaltando in controluce soprattutto in Moons Of Titan (coprodotta e co-intessuta insieme al grande Michel Redolfi), Unknown Wish e Lunar; più in generale domina un bionico amalgama sonoro psichedelicamente in bilico tra artificio e natura, fatto di ritmi etnokraut (Fearless), sprazzi di glitch-jazz (Delicado, Reykiavik), dilatato dub marziano (la magica Timeless che chiude il lotto), per una sensuale Tavola di Smeraldo millefoglie dove l’alto è il basso e viceversa.

Forte di una sensibilità maturata in sei decenni di esperienza, il vecchio alchimista non ha perso il gusto di giocare con le provette e gli alambicchi del suo laboratorio sonoro, miscelando memorie, luoghi, odori, metalli, panorami e miniature, e distillando il tutto in rarefatte essenze tuttomondo. Se fisicamente Hassell non se la sta passando troppo bene (c’è una campagna di fundraising al riguardo), musicalmente è ancora in grado di incantare. Forza, Jon!

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