• Gen
    01
    1976

Classic

Beserkley Records

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Ve lo immaginate uno che prima è riconosciuto padre protopunk e poi si ritrova a fare un disco dal gusto college e summertime? O uno che divora i Velvet Underground e poi sfodera l’ironia adolescenziale di titoli quali Abominable snowman in the supermarket o Here come the Martian Martians? Nel caso non lo sappiate quest’uomo esiste, si chiama Jonathan Richman, e – se mai vi fosse venuto il dubbio – le sue non sono affatto canzonette.

L’esordio di Richman era stato con i Modern Lovers e il mattone protopunk omonimo. Modern lovers era di fatto una compila del periodo 1970-1974 dalle evidenti influenze Velvet/Stooges e dagli apparentamenti Television/Costello, con David Robinson (poi Cars) Jerry Harrison (poi Talking Heads) e Ernie Brooks in formazione, registrato a brandelli sotto le grinfie di John Cale e Kim Fowley. Poi nel 1976 arriva Jonathan Richman & the modern lovers – seconda prova anche se pubblicata con qualche mese di anticipo rispetto a Modern lovers – ed è un disco dalla luna. Perché è vero, in tanti stavano ritornando al rock’n’roll (lo stesso punk nasceva da una spinta reazionaria di questo tipo), ma nessuno si sognava di farlo con questa gioia infantile, con questo spirito scanzonato che era poi il rock’n’roll che aveva dentro Richman. Ebbene questo lavoro ha avuto a suo modo la stessa fortuna, la stessa capacità di leggere il passato e proiettarlo nel futuro del suo predecessore.

Cambia la formazione del gruppo, della vecchia guardia rimane solo Robinson, alla chitarra c’è invece Leroy Radcliff mentre al basso Greg Keranen. Il disco segna un ritorno alle radici del rock’n’roll, all’insegna di uno stile sempre asciutto e semplice, più acustico che elettrico. La dichiarazione arriva alla traccia n. 2: questa è Back in the U.S.A. by Chuck Berry as done by The modern lovers. Capito di che si tratta? Ma le chicche a rimanere impresse nella mente sono altre: il tribalismo di Hey little insect, la solarità di Abominable snowman in the supermarket, o l’ironia geniale di Rockin’ shoppin’ center. Richman è un outsider lontano dall’intellettualismo new wave e dall’aggressività del punk rock che dominano la scena, e da questo angolino riesce a spargere i semi dell’alt-rock che verrà: la spensieratezza di New England sarà ripresa pari pari dai Violent Femmes, così come quelle linee vocali sempre in bilico tra il cantato e il parlato di Hi Dear. Il pop naif e surreale dei They might be giants. E periodicamente si tornerà a pescare da qui: nei ’90 i Pavement, i bravi ragazzi della porta accanto che stavano ai Nirvana come il faccione in copertina di Jonathan Richman & the modern lovers stava ai volti di Lou Reed, i Weezer con il loro college rock, fino ad arrivare ai più recenti Jens Lenkman o Wave Pictures.

E’ un disco pieno di ottime canzoni, alcune tra le migliori di Richman, ma a passare veramente alla storia sarà lo spirito sincero e vitale dell’album. E’ grazie a questo che un’opera del tutto intima e personale si trasforma in un inno transgenerazionale alla gioventù.

16 Maggio 2012
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