• Mag
    17
    2019

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The Sound of Sinners

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Uno dice le Breeders e pensa alle chitarre, al piglio riot della rock band al femminile probabilmente più importante della storia. E pensa che se anche una componente di quella band volesse mettersi a fare le cose per conto proprio, gli sarebbe preclusa ogni possibilità di esplorare nuovi generi. E Invece no, la bassista del gruppo capitanato dalle sorelle Kim e Kelley Deal (la prima delle quali – è risaputo – fondò la sua creatura in parallelo all’attività nei Pixies per poi continuare ad allevarla anche dopo lo scioglimento degli stessi datato 1993) dimostra che muoversi in territori del tutto opposti a quelli cui si era abituati non solo è possibile ma lo si può fare anche con risultati eccellenti.

A un anno di distanza da All Nerve, ultimo lavoro della formazione americana che ne ha segnato il ritorno in studio a dieci anni dalla precedente prova, la musicista di origini britanniche si tuffa in un’avventura in solitaria (al netto dei progetti sotto altre sigle inanellati nel tempo e che comunque l’hanno sempre vista impegnata in una dimensione pluralistica) completamente agli antipodi rispetto alla casa madre e tira fuori un esordio da solista strabiliante per la perizia con cui è intessuto, un album di puro minimalismo chamber pop, quasi ambient, costruito in gran parte su soavi linee di piano accompagnate da percussioni sincopate – dietro le pelli siede l’amico di lunga data della Wiggs, Jon Mattock (Spacemen 3, Spiritualized e nel duo con la stessa musicista Josephine Wiggs Experience) – che di tanto in tanto affiorano, quasi accennate, per poi spezzarsi improvvisamente e reinabissarsi come inghiottite da un mare di silenzio. Un silenzio che è rappresentazione negativa partendo dal rumore, il niente spiegato muovendo da cosa non è, come l’Uno di Plotino o il Nulla (das Nichts) di Michael Ende. Descrivere qualcosa che non esiste, nominare l’innominabile, riesce perfettamente alla Wiggs, che qualche volta si concede pure ad ancestrali linee vocali che hanno il solo scopo di essere funzionali alla rappresentazione sonora, canti di sirena che si perdono nel vento di un malinconico e crepuscolare panorama impressionista.

We Fall ondeggia tra i flutti discreete di Brian Eno, il languido pianismo di Harold Budd e gli aneliti acustico/avanguardistici di These New Puritans, Alva Noto e Ryuichi Sakamoto. Dieci brani, dieci pennellate sghembe, inquiete, che vanno dal sapore cinematografico, i glitch rarefatti e le gotiche tensioni ai synth di Time Does Not Bring Relief, al quasi folk allucinato della splendida Loveliest Of Trees, al dolce fingerpicking di chitarra della title-track, sicuramente tra i momenti più toccanti di un disco che di brividi ne regala a iosa, anche senza bisogno di uscire di casa nudi e perdersi nel freddo della campagna in una mattinata autunnale.

25 Maggio 2019
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