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6.5

Negli ultimi anni abbiamo ascoltato centinaia di band debitrici nei confronti dell’indie pop anni Ottanta e del post-punk, ma spesso sopra ad un reparto strumentale tipicamente basato sull’incontro tra le metriche wave-friendly della sezione ritmica e le scorribande jingle-jangle della chitarra; l’impeto vocale è stato messo in secondo piano, diluito e sommerso dai riverberi, tanto da diventare principalmente un collante etereo tra gli intrecci strumentali. I newyorkesi Journalism invece provano a distinguersi dando peso all’elemento vocale, inteso come ulteriore catalizzatore di energia. Kegan Zema (voce e chitarra) è lontano sia da qualsiasi stereotipo dreamy, che da qualsivoglia timbro baritonale di stampo eighties: il timbro è infatti graffiante, in parte figlio della stagione alternative e fondamentalmente rock, almeno quanto lo è un basso pulsante e corposo, una batteria bella presente e le sei corde che alternano arpeggi jangle a vigorose distorsioni.

Il tiro delle otto tracce dell’album d’esordio Faces è quello deciso e potente che potrebbe piacere anche agli amanti del tamarrock da Virgin Radio, ma fortunatamente non si rintracciano troppe concessioni a facilonerie da stadio. Se altrove si è scomodato un tanto assortito quanto incompatibile gotha composto da nomi come Radiohead, Nirvana, Cloud Nothings o Public Image Ltd (sotto alcuni aspetti, Zema potrebbe ricordare un mix tra Dylan Baldi e il Lydon di Rise), in questa sede, con altrettanto azzardo, possiamo citare i Cult del periodo meno tamarro. Nascosti tra le cavalcate post-punk emergono infatti echi di un’attitudine goth un po’ glam e un po’ stradiaola, specialmente nei chorus dell’iniziale Faces I e della rock-ballad Everywhere I Look. Ironicamente, però, la traccia migliore del lotto è forse quella che più si avvicina agli stereotipi del revivalismo indie 80s, ovvero quella Watching & Waiting (decisamente contagiosa la texture di chitarra) che sembra uscire da qualche release della concittadina Captured Tracks.

Sebbene per il momento i Journalism non sembrino eccellere, sono già vagamente riconoscibili e l’equilibrio tra vitalità e tensione è vincente. Faces tuttavia possiede molti passaggi (Time Being, Faces II) a vuoto e alcune idee da rifinire che in parte debilitano basi che sembrano solide a sufficienza per ambire a qualcosa di importante.

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