Recensioni

8.6

A metà marzo del 1980 i Joy Division entrano in studio per registrare il secondo album. Neanche due mesi e mezzo dopo la loro storia sarà finita. Ma in quel momento potrebbe saperlo una persona soltanto.

Quando mettono piede ai Britannia Row Studios di Islington, Londra, di proprietà dei Pink Floyd, i quattro ragazzi di Manchester sono una band in prepotente ascesa. Il percorso artistico visto dall’esterno somiglia a una meravigliosa parabola ascendente il cui zenit deve ancora arrivare. O per meglio dire, lo zenit continua ad arrivare. Ogni nuova uscita o quasi mantiene le promesse e ne aggiunge di nuove. Sono clamorosamente vicini – per quanto appaiono lontani – i tempi in cui il gruppo appena nato provava le prime timide e sguaiate canzoni. Figlie dell’irruenza del punk e dei suoi eccessi come pure era l’acerbo EP An Ideal For Living, registrato nel dicembre 1977 e inizialmente ucciso, tra le altre cose, da una stampa sbagliata – oltre che dalla discutibile copertina ispirata all’iconografia nazi.

È dall’ottobre del ’78 con Digital che la band ha cominciato a ingranare. Guarda caso da quando lavora con la Factory e Martin Hannett. Segnali di inequivocabile crescita arrivano da quel primo sound conturbante e nevrotico immerso nei tetri panorami postindustriali di Manchester. Il successivo demo per RCA, un vero buco nell’acqua – per la band e per la stessa etichetta –, è in fondo la conferma di quale dev’essere la direzione. È da allora che si innesca un’escalation creativa formidabile. Che passa naturalmente per Unknown Pleasures: registrato ad aprile, uscito a giugno ‘79 per Factory, celebrato ormai da decenni come un disco cardine del post-punk inglese. Uno di quegli album intoccabili assurto a pietra miliare del rock alla pari delle sue fonti di ispirazione – che sono gli Stooges, i Doors, i Velvet Underground, i Sex Pistols, certo anche il David Bowie di Low e l’Iggy Pop di The Idiot.

Ma non è finita. Qualche mese dopo ecco che arriva Transmission, ed è la sublimazione e il fragoroso commiato di quel che resta della frenesia punk dopo che Unknown Pleasures ha codificato il sound in studio della band. Volendo soffermarsi su una singola parte, uno dei bridge più drammatici e sublimi mai concepiti per una canzone pop. In generale, la quintessenza di quello che possono essere i Joy Division, concentrata in tre minuti e trenta: la batteria di Stephen Morris dal suono flashato e futurista, letteralmente reinventato in produzione con le nuove tecniche digitali; il basso perentorio di Peter Hook tra i più incisivi a memoria d’uomo a dispetto della schematicità quasi irrisoria della partitura; la chitarra di Bernard Sumner questa volta aggressiva come agli inizi, a tratti dominante ma essenziale, non una nota di troppo; la voce di Ian Curtis, che ha trovato le sue magnetiche modulazioni di timbro e di tono, grazie anche a una intesa quasi perfetta con la strategia “obliqua” del guru mancuniano Hannett.

Difficile fare meglio, impossibile o quasi fermare un’ispirazione così inquieta e pulsante. Licht und Blindheit si chiama l’oggetto misterioso uscito per l’esoterica etichetta francese Sordide Sentimentale il 18 marzo 1980, mentre la band è in studio. Tanto la dream wave del lato A, Atmosphere, quanto l’incedere macabro del lato B Dead Souls delimitano di fatto l’area stilistica – per non dire che edificano sostanzialmente il sound – di quello che sarà Closer. Stephen Morris aggiunge un tocco diverso al suono della sua batteria, rullando in maniera ipnotica – oltre a picchiare secco – sui tamburi effettati. Ad ampliare il vocabolario della band, l’uso arioso delle tastiere in Atmosphere: un organo elettronico di plastica e bachelite di quelli che sembrano giocattoli e hanno i bottoni per gli accordi, ma l’effetto è etereo e meraviglioso. Dead Souls è in contrasto un brano molto più morboso che gioca sulla dinamica, per portare al limite e infrangere un tetro stato di trance a suon di chitarra distorta. Nuovi traguardi, nuove promesse, e la più grande di tutte vede la luce in studio a marzo dopo vari tentativi. Love Will Tear Us Apart, la canzone, quella che a partire da quell’intro di accordi spediti che si apre sul celebre motivo del synth trova il baricentro perfetto tra velleità popular e ambientazioni new wave, melodia e ritmo dance, tastiere elettroniche e chitarre eccezionalmente acustiche: l’euro-soul per gli anni ottanta ancora a venire (che purtroppo sarà appannaggio di gente come Paul Young, autore di una discutibile cover, ma è meglio non divagare). Pezzo struggente oggi, non solo per la potenza emozionale ma perché legato a doppio filo al dramma vero che si stava consumando alle sue spalle. Una canzone che staccando il biglietto per l’eternità pop diventerà anche l’epitaffio su una lapide. Ian Curtis non aveva mai cantato così bene, per come porta la voce, tra un Jim Morrison più posato e un Frank Sinatra d’annata, il modello che gli aveva consigliato di seguire il boss Tony Wilson, spiegandogli che le emozioni nel canto si comunicano “negli spazi tra le sillabe”. Ma quello che stava raccontando dentro le sillabe era un pezzo della sua vita, una cronaca in versi tra il distaccato e il supplichevole della fine del suo matrimonio, e quelle emozioni erano laceranti.

E infatti la traiettoria dei Joy Division non è solo quella solo di un progresso musicale entusiasmante. La parabola artistica della band in continua ascesa coincide con lo sprofondare personale del cantante. Per ogni day in c’è un grande day out. È il 27 dicembre 1978 quando si fa scorgere la nube nera che incombe sul futuro del gruppo. Ian al ritorno da un concerto a Londra accusa il primo attacco del “grande male”. L’epilessia gli viene diagnosticata ufficialmente un mese dopo. Qualcosa per forza scatta dentro di lui. E non fa che accentuare il senso di alienazione che trova un veicolo di espressione nei suoi testi: quando erano acerbi sputavano veleno e sentenze, ora sono sempre più desolati e fatalmente disperati. «Prima parlava di altre persone, non solo di se stesso, poi si è concentrato sulla perdita e sull’isolamento», racconta più o meno Stephen Morris, l’ultimo dei protagonisti superstiti di questa storia in ordine di tempo ad affidare le sue memorie a un libro. Ian Curtis, un ventitreenne di talento alla guida di un gruppo in rampa di lancio per il successo, non dovrebbe fare la vita del cantante rock. Però fermarsi vorrebbe dire mandare a monte tutto ciò che il complesso ha costruito. E quello che vorrebbe costruire. «Gli attacchi di epilessia stanno iniziando a spaventarmi […] Adesso quando suoniamo sono nervoso perché ho paura che succeda di nuovo […] Con l’avvicinarsi della tournée americana e di molte altre date diventa ancora più preoccupante […]» scrive ad Annik Honoré, la ragazza belga con cui ha intrecciato una relazione e con cui fa coppia spesso on the road mentre la moglie Deborah, sposata a diciotto anni, rimane a casa con la bimba di nemmeno un anno, Natalie. Oltre che un uomo malato, Ian Curtis è un uomo tormentato, complicato. Non c’è solo il “problema” al «lobo temporale frontale sinistro», la causa dell’epilessia, c’è la crisi coniugale, c’è una vita affettiva divisa in due tra la famiglia e il nuovo amore, ci sono le aspettative della band e di tutto ciò che le gira intorno, tra cui l’intera Factory. Here are the young men / the weight on their shoulders.

Il peso era probabilmente, anzi, sicuramente troppo per un ventitreenne dalle spalle curve e dai nervi fragili. Oltre che un ragazzo incasinato però, Ian Curtis è anche un talento vero: nella voce profonda, espressiva, oppure amara e tagliente, e nelle doti di paroliere non comuni. Nella comunicazione inconscia che sembra animare la band quando compone, nessuno, incredibile a dirsi, presta consapevolmente attenzione al contenuto dei testi. «È terribile» avrebbe detto una volta Annik a un incredulo Tony Wilson. «Pensa davvero quelle cose, non sono solo canzoni». Ma il boss della Factory pensava davvero che lei stesse esagerando. «Quando Ian morì – ha poi ricordato Bernard Sumner – iniziammo tutti ad ascoltare le sue parole e ci accorgemmo che erano quelle di una persona con gravi problemi emotivi. Il fatto è che la persona che era nella stanza con noi non era così». Perlomeno fino all’ultimo mese, quando tenterà il suicidio già una volta prima di togliersi la vita il 18 maggio 1980, alla viglia della partenza per la fatidica tournée americana. Abbiamo visto film – biopic e documentari –, dell’ultima notte sappiamo a chi ha telefonato (a Genesis P-Orridge, che a quanto pare aveva capito cosa sarebbe successo), quale film ha visto (La ballata di Stroszek di Werner Herzog), quale disco ha ascoltato (The Idiot di Iggy Pop), eppure qualcosa sfugge per forza. Tanti indizi e plausibili ragioni, non un’univoca risposta. Il mistero tragico di Ian Curtis è anche il mistero dei Joy Division: tutto quello stato di grazia sotto pressione forse nasceva dalla sensazione inconscia di non avere tempo. La musica dei Joy Division, ha scritto un autore molto influente oggi e dal destino ugualmente tragico, Mark Fisher, «era dominata da un profondo presentimento, da un senso di futuro forcluso, in cui ogni certezza si dissolve e di fronte a noi resta soltanto un’angoscia crescente» (dal suo saggio contenuto in Spettri della mia vita, pubblicato in Italia da minimum fax). Di nuovo il no future del punk, solo che questo non è un volgare fuck you, è un inesorabile I’m fucked – nichilismo cosmico e depressione psichedelica.

Eppure la depressione e la simbiosi iconica tra arte e vita non possono essere la sola chiave di lettura dei Joy Division e di un disco come Closer, che ne ribadisce – purtroppo altrettanto inesorabilmente per l’ultima volta – il valore artistico, la modernità estetica, la visionarietà premonitrice. Closer è un album cruciale per il rock gotico e la dark wave, a partire dai Cure di Faith e Pornography, e insieme a Unknown Pleasures ha influenzato decine di artisti nell’immediato – per fare solo un esempio, i Joy Division ricevettero in studio la visita dei giovanissimi U2, per cui erano un vero e proprio modello – come negli anni a venire, fino alle ultimissime generazioni. Se il predecessore aveva incanalato e trasformato l’urgenza punk facendola aderire a un nuovo modernismo dance-rock-espressionista, questo lavoro, a partire dal sound più spectoriano architettato da Hannett – con un’eco ambientale che stacca dal lavoro di produzione chirurgico sul 33 giri di debutto – e che non mancherà di suscitare a mix finiti le ire dei musicisti (stavolta anche di Ian Curtis, non solo di Bernard e Hooky), si crea da sé un’aura monumentale e un respiro da classico. Sempre claustrofobica e piena di sinistri presagi, la musica dei Joy Division è anche sempre più calibrata e ambiziosa, proiettata oltre i propri iniziali punti di riferimento.

In verità Closer entra in campo ronzando al tempo di un dub-rock tortuoso e dissonante, che disegna traiettorie di un genere ancora indefinito e che impareremo a chiamare goth rock – come fa tra l’altro Dave McCullough nella recensione su Sounds. Le cadenze tribali di Morris e Hook riecheggiano l’incedere di Dead Souls, per il resto è una vera tortura sonica: le sevizie atonali degli strumenti principali, tra synth e una chitarra sfigurata, riservano agli ascoltatori ciò di cui canta Curtis ispirandosi a uno dei suoi scrittori preferiti, JG Ballard, e alla sua opera omonima (in italiano, La mostra delle atrocità). Di ispirazione letteraria non meno che autobiografica è anche l’altro, o per meglio dire l’unico momento prettamente rock, Colony, una frustata metallica funky che rimanda agli Stooges filtrati attraverso l’Iggy berlinese se non a dei Black Sabbath divoratori di Kafka anziché di film horror della Hammer. Ma il rock, se di rock tratta, per il resto appare completamente trasformato, tanto più che i JD sembrano agganciarsi a cose già fatte per superarle in un nuovo disegno. Isolation riprende da Digital la stessa ossessiva batteria in levare e il basso caparbio in ottavi, e ci aggiunge i sintetizzatori dei Kraftwerk o degli Harmonia al posto della chitarra, a dare un tono ancora più inflessibile a quel senso di paranoia e di sconfinata solitudine dai tratti quasi mistici. A Means to An End recupera invece il battito martellante e simil-disco di Insight (su Unknown Pleasures), ma niente rimpianti della giovinezza e accenti devozionali, solo parole dure e arcane. Fa quasi storia a sé Passover con il suo desolato fatalismo: è una lenta agonia sincopata, non c’è crescendo, non ci sono bridge che ti scuotono, la circolarità ipnotica la porta a spasso fino in fondo, sopra un cumulo di dubbi esistenziali, domande retoriche senza risposta, e un senso inesorabile di sconfitta senza neppure il brivido della ribellione a un fato avverso. Ian Curtis non canta nemmeno come un giovane in preda alla disperazione, ma come un uomo stanco, svuotato e distrutto.

Se tutto il primo lato di Closer sembra un ripartire dai propri stessi stilemi per evolverli, il secondo si proietta oltre, verso l’unheimlich sonoro, in territori che per l’epoca sono post-rock. Heart and Soul è l’acme di una delle pose preferite della new wave, quella dub-disco intellettuale che cancella ogni ombra di edonismo corporale – le note profonde del basso, le rullate in controtempo della batteria e gli scarni contrappunti di chitarra meditano sulle lezioni kraute dei Can e sulle digressioni anti-rock dei PIL – e serve anzi per una enigmatica quanto severa reprimenda sull’esistenza. Dal giro di basso acuto e spigoloso di Twenty Four Hours, giusto un po’ più dolce e meno metallico di com’era il riff di She’s Lost Control, nasce uno psicomelodramma elettrico, una cavalcata corale che più che da un locale punk sembra uscire dal golfo mistico del teatro wagneriano di Bayreuth, sempre che in quella buca possa mai mettere piede una rock band minimalista. Twenty-Four Hours verte su uno dei testi e anche su una delle interpretazioni più toccanti di Curtis: la sua voce qui sembra veramente che abbia in bocca il sapore dolce della disperazione di cui parlava in Love Will Tear Us Apart. Ancora più atipici e definitivi sono i due brani finali. Musica imponente e glaciale e nonostante questo di un’emozione palpabile. The Eternal, ballad per piano e rumori, armonicamente di una solennità liturgica e ritmicamente di un’indolenza quasi catatonica, in cui tanto accelerazionismo creativo culmina infine in una stasi definitiva e in un’eterna requie, ci ricorda tra le altre cose perché ai gruppi slowcore i JD piacevano tanto (riascoltiamoci la Transmission dei Low o la Atmosphere dei Codeine, quelle sì tutte da apprezzare). E arriviamo infine a Decades, a quel suono da pianola che non si sa se più tragico o di un patetico straziante in mezzo a non meglio determinati clangori, un brano con un’allure da musica assoluta, senza etichette, con una chiusura degna di un’orchestra. “Musica aeterna”, l’avrebbero chiamata dal canto loro i Dead Can Dance, una delle tante band che ai Joy Division deve non poco. Dall’io si passa al noi, qui, il “futuro forcluso” di cui parla Fisher nel suo saggio è la porta sbattuta in faccia nell’ultima esiziale immagine che la voce di Ian Curtis ha voluto imprimere su un 33 giri prima di diventare un’eco dall’altro mondo.

Qui davvero la musica dei JD ha la monumentalità di un marmo austero come quello della copertina scelta con un’altra, stavolta infausta e inspiegabile, premonizione. «Quelle immagini erano l’equivalente del postmodernismo in architettura», avrebbe spiegato poi Peter Saville, il mitico grafico della Factory che scelse per la cover una fotografia di Bernard Pierre Wolf in bianco e nero che immortalava una delle tombe di famiglia del cimitero genovese di Staglieno. «Era davvero fantastico vedere delle foto contemporanee di immagini neoclassiche». Oggi è difficile pensare anche a un’immagine diversa per quella copertina. Closer del resto è anche questo, un disco rock pre-postmoderno o se vogliamo il disco della “neo-classicità” del post-punk, che finisce di essere un testo modernista alla Burroughs o Ballard, per somigliare più a un poema romantico o a un romanzo sette-ottocentesco. Non sono i testi letterari che amiamo definire i nostri preferiti ma sono lì, inscalfibili dal tempo e comunicano a ogni epoca anche se riletti alla luce del presente. Difficile davvero scegliere d’altronde tra Unknown Pleasures e Closer, e forse la preferenza di chi scrive va davvero tuttora al primo, ma il secondo contiene, senza dubbio, l’evoluzione ultima dei Joy Division insieme a tutto quello che sono stati e sono. Ed è un’opera assoluta in cui heart and soul, one will burn.

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