• lug
    01
    2005

Album

Mercury Records

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Il sodalizio artistico e sentimentale tra Vinny Cafiso e Tabitha Tindale sembra non conoscere crisi. Le traversie che hanno gambizzato la distribuzione del precedente American Whip sembrano averli ulteriormente caricati, visto che mai la loro formula pop è apparsa tanto disinvolta e a tratti perfino volitiva. Volitiva, già: sarà che nel frattempo si sono fatti amici i White Stripes, ma l’impeto gommoso di You’re So Good (tra memorie glam e suggestioni wave) e soprattutto il piglio stradaiolo dell’iniziale Go Tell The World (nostalgie garage e tremiti moderni) tratteggiano una graffiante, impetuosa radiofonicità, di quelle da party e da sfogo, ottime sia per lo spot dei collant che per le scorribande a manetta sulla statale. Non è un caso che in entrambi gli episodi citati il canto sia affidato a Tabitha, a quel suo incedere bambolesco e intossicato, come a suggerire che in fondo è tutta una posa e il bello sta proprio in questo. Vinny invece spende il suo vago abbandono per compromessi folk-psych piuttosto vicini a certe indolenze Mojave 3, innervandoli ora di straniante freddezza (come la suadente World Doesn’t Care) o stemperandole di evanescenze Grandaddy (come la conclusiva Holy Diver).

Se già l’oscillare tra queste due modalità basta a rendere accattivante la scaletta, ciò che accade nel mezzo ne irrobustisce con decisione il peso specifico: l’irruenza addomestica à la Folk Implosion di 1, la fiaba e il disincanto un po’ Eels un po’ Malkmus di Anything You Sent, gli arpeggi byrdsiani e i synth quasi-Depeche Mode di Windows, gli Sparklehorse stregati da carezzevolezze Air di For Lenny’s Own Pleasure, eccetera. Tuttavia, a parte la benedetta varietà delle forme e delle suggestioni, la tensione che sovrintende tutto è una sola, sempre la stessa: una voglia implacabile di farsi pop, un gioco di segni caricati ma essenziali, l’immediatezza costantemente a braccetto dell’incisività. Non è un caso che in ogni traccia ci sia un “hook” – sia esso un cartiglio di slide, un buffetto d’organo, un declinare languido della melodia – però mai disturbante, sempre ingentilito, attento a non oltrepassare il segno. La disarmante padronanza esibita dai Joy Zipper nel condurre la partita provoca così un senso di compiutezza totale, alla luce del quale dileguano il mistero e l’immaginazione. Canzoni che c’è poco o nulla da aggiungere. Che si esauriscono nella propria stessa efficacia. Che dire, non è certo la prima volta che il principale pregio coincide col più grave difetto.

1 Luglio 2005
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