Recensioni

7

Le impressioni non erano state delle migliori, quando i primi singoli di Kali Uchis hanno visto la luce per anticipare questo nuovo disco. Diciamolo: le premesse, dopo l’esordio Isolation (profetico nel titolo), erano almeno medio-alte, dunque la scelta di scrivere il nuovo disco interamente in spagnolo, sommata al livello non proprio entusiasmante dei due estratti, hanno fatto storcere il naso in vista dell’LP. Il tema dell’appartenenza, dopotutto, è centrale e dirimente per una generazione che, forse come mai prima, riconosce sì gli sfavillanti luccichii dell’american dream ma anche e soprattutto la ricchezza delle proprie diverse tradizioni culturali. Che quella della lingua fosse una trovata pensata per compensare la mancanza di ispirazione e offrire motivi di interesse aprioristici al disco?

Invece no, anzi. Andiamo con ordine. Innanzitutto il successo del debutto, che si destreggiava tra inevitabili cliché di una nuova classicità soul mostrando un’artista che non si limitava alla performance, ma anzi riusciva a indossare alla perfezione i panni cucitile addosso da fior fiori di collaboratori (Thundercat, Tyler The Creator, Kevin Parker, ne citiamo una manciata) che si affollavano (ma senza essere fuori posto) nella tracklist. I due singoli già citati vantavano in effetti dei featuring: Aqui Yo Mando con Rico Nasty e La Luz insieme a Jhay Cortez. Il primo aveva un sapore trap anche nel testo, sfacciato il giusto («Y si no gusta, ya otro está llamando»). Il secondo, invece, portava in dote una miscela r’n’b/reggaeton languida, ancora una volta riflessa nei testi pregni di una certa dose di drammatico romanticismo («Tú, o si no soy yo Vamo’ a apagar la luz Y vamo’ a hacer de todo»). Col senno di poi (cioè a disco completo) si leggono come due spaccati sulle anime del disco: la prima più caliente (De Nadie, Te Pongo Mal) la seconda maggiormente intima (quella centrale, e ci torniamo).

Quella della lingua, presentata (sì, astutamente) come una scelta ardita e rischiosa, non risulta in realtà affatto ermetica. L’iniziale La Luna Enamorada, citazione di un pezzo dei Los Zafiros, serve per immergersi nelle atmosfere latine, ma Uchis riesce poi, in più di un’occasione, a lasciare spazio a un’accattivante commistione con l’inglese (Quiero Sentirme Bien su tutte, piccolo gioiello dreamy synth con lo zampino di Yukimi Nagano dei Little Dragon). L’utilizzo dello spagnolo, piuttosto, ha significato dar voce a parti nuove di sé, riflesse specialmente nelle tracce in cui la Uchis è da sola. Soprattutto la parte centrale del lavoro, per intenderci, racchiusa tra una Vaye Con Dios in cui la Nostra sembra quasi una Beth Gibbons colombiana e una Telepatìa che dimostra ancora una volta l’assonanza con i paesaggi pop di Parker (d’altronde è recentissima la cover di quest’ultimo di un classicone r’n’b di Nelly Furtado, segno che certi riferimenti quelli sono). C’è anche, evidente sotto tutto questo, una storia d’amore che si dipana fino alla conclusiva Ángel Sin Cielo, sorta di dichiarazione d’amore fatta a sé stessa su un tappeto acustico e insieme spiritico, con tanto di voce pitchata. Il tutto a suggello, se non della bontà della narrazione romantica (che infatti si perde presto in stilemi un po’ stantii), della ricerca musicale e espressiva della Uchis.

In questo disco, che forse ha meno buoni momenti dell’esordio, la somma delle parti risulta comunque all’altezza se non addirittura superiore. Ci sono, ancora come in Isolation, i richiami all’immaginario pop con cui lei e milioni di coetanei sono cresciuti, è inevitabile (Aguardiente Y Limón e i suoi coretti), ma è sempre più evidente come ormai la generazione alla quale Kali Uchis appartiene (ed è quella di una Rosalía, o di una Cardi B) sta elaborando un capitolo nuovo. In questo caso, attraverso il tentativo – ben riuscito – di dar spazio a una parte di sé che si esprime più a fondo nelle sfumature di un’altra lingua.

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