• mag
    05
    2015

Album

Brainfeeder

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172 minuti di durata, 3 sezioni (The Plan, The Glorious Tale, The Historic Repetition) per 17 brani, un’orchestra e un coro coinvolti, un campionario di musicisti di prim’ordine che va, tra gli altri, dai bassisti Thundercat e Miles Mosley ai batteristi Ronald Bruner Jr. e Tony Austin, dal tastierista Brandon Coleman al pianista Cameron Graves, dal Ryan Porter alla tromba alla Patrice Quinn al canto: questi i numeri di The Epic, esordio ufficiale del sassofonista Kamasi Washington, classe 1981 da Los Angeles. Uno che ha già in curriculum collaborazioni con Kendrick Lamar nell’ultimo To Pimp A Butterfly e Flying Lotus in You’re Dead!, ma anche Snoop Dogg, Raphael Saadiq, Chaka Khan, Gerald Wilson, McCoy Tyner, Freddie Hubbard, Kenny Burrell, George Duke, Lauryn Hill, Jeffrey Osborne, Mos Def, Quincy Jones, Stanley Clark e molti altri.

Lo diciamo subito: The Epic è uno dei dischi più intriganti dell’anno, oltre che un lavoro che può vantare una certa attrattiva per tutti i tipi di pubblico. Ci riferiamo al fatto che esce per la Brainfeeder marchiata Flying Lotus, e già per questo ha catalizzato a livello internazionale attenzioni che di solito non vengono riservate a dischi jazz meno trasversali e “inseriti”. Aggiungete una copertina che ricorda l’immaginario “cosmico” di Sun Ra (ma con meno pacchianeria) e un formato mastodontico che si fa beffe dei tempi di fruizione musicale da una botta e via a cui siamo abituati in questa sfortunata epoca, e capirete per quale motivo l’album non sia passato inosservato praticamente ad ogni latitudine (dall’hype hunter Pitchfork, che gli ha affibbiato un 8.6 con tanto di etichetta best new music, a Musica Jazz, storica rivista cartacea di casa nostra dal taglio piuttosto istituzionale che tuttavia non ha rinunciato a intervistare Kamasi Washington sul numero di agosto). In più c’è il suono, qualcosa che implicitamente ha il marchio di un modernità che rielabora all’infinito il passato: uno schiacciasassi, in termini di contaminazioni e stili, capace di sommare linguaggi tra i più disparati, da Stevie Wonder a John Coltrane, da Art Blakey & The Jazz Messengers a Archie Shepp, da Wayne Shorter a Pharoah Sanders o Herbie Hancock.

Del resto l’impresa ha del monumentale: un album frutto di una session di un mese in studio, durante la quale i musicisti – molti suonano con Washington fin dall’infanzia – hanno registrato questo e altri sei dischi, ognuno con un leader diverso (The Epic è il primo della serie a vedere la luce). Un’indicazione preziosa che parla del grande affiatamento che c’è tra i protagonisti chiamati a dar vita al lavoro, lo stesso che permette loro di fregiarsi di un suono talmente ricco da stordire, ma al tempo stesso malleabile, fluido, ritmicamente sfuggente, godibile. Una texture che passa dai sax anfetaminici coltraneiani di Miss Understanding ai cori di morriconiana memoria avvitati su un funk-jazz prestato agli archi di Change Of The Guard (tra swing, free e molto altro), dal Sonny Rollins tribale ed ebbro di Final Thought al soul di brani cantati come The Rhythm Changes o Cherokee.

Impossibile sintetizzare tutto il contenuto in questa sede. Il consiglio però è di farsi contagiare (magari grazie allo streaming integrale che trovate nella nostra scheda album) da un suono dalle mille rifrazioni ma al tempo stesso organico, compatto. Il voto altissimo è giustificato dalle qualità enciclopediche della musica, dal carattere messo in campo ma soprattutto dalla grande libertà espressiva che si respira in un disco che è più probabilmente una sorta di biografia ufficiale.

13 settembre 2015
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