Live Report

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Il terzo ed ultimo appuntamento con Mr. West all’Hammersmith Apollo è stato, come i due precedenti, all’insegna dell’egocentrismo più sfrenato. Ma si parla di Kanye d’altronde, sarebbe ben più strano il contrario. La breve residenza nell’iconica venue londinese, 8.000 posti tra platea e galleria, rappresenta un taglio netto in termini di capacità rispetto alle apparizioni dello scorso anno al fianco di Jay-Z nella ben più grande O2 Arena, per il fortunato tour di Watch The Throne. Lo spettacolo del rapper di Chicago non è un vero e proprio concerto, è piuttosto la rappresentazione, iper-mediata, del personaggio Kanye West nella sua interezza ed in tutte le sue sfaccettature; dipinto qui come un solitario, egocentrico artista dall’animo torturato.

È quindi, coerentemente, l’unico ed il solo a salire sul palco stasera, su di una sorta di grossa pista bianca ed inclinata, con due mega schermi laterali ed un altro sullo sfondo, che nel complesso offrono un impressionante effetto panoramico. Per un artista che non ha mai nascosto la sua passione/ossessione per il design, quella di stasera è l’ennesima dimostrazione della cura maniacale che West mette nello scegliere le sue ambientazioni e tutti i vari particolari. Dai vestiti alla musica, l’insieme degli elementi presenti in scena andranno poi a comporre l’immagine finale, il quadro generale della sua opera, cioè lui stesso.

Il tema è il bianco. Dagli immensi fondali panoramici, che proiettano immagini di paesaggi glaciali ed impervi, in balia degli elementi atmosferici, fino all’abbigliamento di Kanye, una sorta di incrocio tra un designer jacket e una camicia di forza. A bordo palco, due ingegneri del suono, vestiti da ninja, anch’essi completamente bianchi. L’unico contrasto è dato dal volto del rapper, auto-proiettatosi in un’ambientazione che lo vede completamente isolato e, appunto, solitario. Si parlava di iper-mediazione, ed infatti è così: nulla è organico nello show di Kanye, dai beat che escono dalla consolle e vengono sparati a bomba dalle casse (con una resa terribile, ma poco importa), al suo microfono dotato di auto-tune, quello che ci arriva agli occhi e alle orecchie non è mai del tutto reale. Per essere una delle più grandi pop star al mondo, l’effetto della performance di West è alquanto straniante, ed il pubblico ovviamente apprezza.

Gli album protagonisti della serata, in termini di scaletta, sono il recente collaborativo Cruel Summer, a nome G.O.O.D. Music, il tanto caro Graduation e naturalmente My Dark Beautiful Twisted Fantasy. Cold, che apre il set, è accompagnata da forti folate di vento e grossi iceberg che galleggiano alle spalle di Kanye. Nel giro di qualche pezzo, la scena artica diventa una vera e propria bufera, con tanto di vento assordante e neve artificiale che scende imperterrita dal soffitto. L’atmosfera si è fatta decisamente apocalittica, con Kanye che intanto è rientrato in scena con una maschera da yeti pennuto e spinge l’auto-tune al massimo (il famoso effetto robotico, spesso usato da West) per la doppietta Say You Will e Heartless, le uniche da 808s & Heartbreak. L’effetto scenico è notevole quanto eccentrico. È la personalità deragliante e magnetica di un performer all’apice della carriera, che si prende tutte le sue libertà e, lasciato da solo, ciondola come un malato inferme all’interno dell’immenso stage che si è creato. A metà tra spazio sconfinato e cella da ospedale psichiatrico, gli opposti si scontrano, rinnovando l’eterna dicotomia di un artista contraddittorio.

Niente declamazioni stasera, come invece era successo la settimana scorsa, dove West si era preso il tempo (otto minuti!) per inveire contro i Grammy (al solito), le multinazionali che sponsorizzano il mondo della musica e perfino Justin Timberlake, da poco approdato nell’orbita Jay-Z con il recente singolo Suit&Tie e con la prospettiva di un tour estivo insieme a Jigga. Molti pezzi, come Homecoming e Flashing Lights, sono tagliati corti per dare spazio a sperimentazioni vocali distorte e cambiamenti scenici, anche se hit come All Of The Lights, Good Life e Stronger sembrano ancora le armi migliori per far infiammare un pubblico.

Finita la bufera, Kanye si toglie una maschera per poi infilarsene un’altra, stavolta quella di diamanti, per ribadire il concetto che sempre di maschere si parla, anche quando di maschere non ce ne sono, anche quando i riflettori si abbassano. Dove finisce il Kanye personaggio, e dove inizia quello vero? La sensazione, a dirla tutta, è che la differenza stia diventando sottilissima anche per lo stesso West. Ed è forse proprio questo a spingerlo a nascondersi dietro una maschera, oppure ad avventurarsi in quasi venti minuti di sperimentazioni con Runaway, mentre invece potrebbe andare tranquillo e spedito, hit dopo hit. Alla base di tutto c’è il contrasto, la forza motrice che lo spinge a valicare i limiti, ma anche la voglia di impressionare. È la rappresentazione mediata (e mediatica) della lotta titanica contro se stesso, contro il suo passato, contro tutte le impervie di un mondo spesso ostile.

È uno spettacolo egocentrico, si. Ma mai noioso, anche se, è cosa risaputa, West non è sicuramente un rapper dotato, è uno che al massimo se la cava. Come le masse d’acqua, irascibili e spaventose, che si muovono ondeggiando realisticamente alle spalle dell’artista, così il suo personaggio rimane in movimento e mai uguale a se stesso, in un continuo divenire e trasformazione che poi riesce ad avvenire anche dal vivo. Poco è rimasto del Kanye di dieci anni fa. Oltre a Jesus Walks e All Falls Down dal primo album, solo un minuto scarso è dedicato a l’encore di Gold Digger, con in conclusione una cover di American Boy di Estelle. Praticamente niente da Late Registration, l’album capolavoro che l’ha reso celebre. Ma in fondo, per un discorso di coerenza, troppo è cambiato nelle nostre vite per metterci a fare i nostalgici.

4 Marzo 2013
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