• apr
    07
    2017

Album

H.O.T. Records Ltd

Add to Flipboard Magazine.

«Gli ultimi anni sono stati tumultuosi, ho passato molto del mio tempo cercando di capire davvero chi fossi. Ho dovuto mettermi a mio agio con le mie contraddizioni, e con l’idea di donna che sono diventata. E questo disco è in definitiva un reale riflesso di tutto questo. Ora ho trovato finalmente un mio posto nel mondo»: parla così Karen Elson e nel farlo riesce a riassumere un lungo silenzio e l’arrivo di un nuovo disco. Il suo Double Roses, prodotto da Jonathan Wilson, collaboratore di lunga data di Father John Misty che compare nell’album, insieme a Laura Marling, Pat Carney dei Black Keys, Pat Sansone dei Wilco e Nate Walcott dei Bright Eyes, parla di tante cose, forse troppe: dalla discriminazione nei confronti degli ”anziani” (o meglio, tutti gli over 35) nel mondo della moda, al suo divorzio da White, passando per la sua evoluzione come madre e artista. Sette anni sono passati da quando la rossa di Oldham ma ormai di stanza a Nashville, Karen Elson, ha pubblicato l’album di debutto The Ghost Who Walks, un buon lavoro pieno di murder ballad e jam blues, prodotto dall’allora marito Jack White. Poi il divorzio, non proprio facilissimo, e una lunga pausa: in questi anni i gusti musicali della Elson sembrano essersi allontanati dalla inclinazioni blues dell’ex marito, andando verso qualcosa di più etereo, vicino al Laurel Canyon sound.

Meno folk e più dreampop rispetto al passato, il nuovo sound della Elson ricorda le opacità enigmatiche dei Mazzy Star e le orchestrazioni bohémien dei Band of Horses. Il disco, che deve il titolo a una poesia di Sam Shepard contenuta in Motel Chronicles, si fa avvolgere da trame setose, inciampando nella voce polverosa della cantautrice; quella che però vorrebbe essere una nebbia ipnotica, a metà fra Kate Bush e Cocteau Twins, finisce per diventare un eccesso di misticismo e svolazzi frammentati. Una tavolozza di inni alla sopravvivenza che suona un po’ immatura, per una catarsi ambiziosa e poco riuscita: questo è Double Roses, nonostante le vistose collaborazioni, nonostante il curioso arrangiamento fra l’orchestrale e l’acustico. Un disco a metà, monco nella sua parte più importante, quella dell’empatia con l’ascoltatore. La direzione presa dalla Elson non è chiara, e se alle volte questo può rivelarsi un bene (è il caso di quei dischi che trovano nella confusione della struttura il loro miglior alleato), nel suo nuovo lavoro le dieci canzoni si sgretolano inesorabilmente, lasciando cocci e polvere lungo i quarantasei minuti di tumulti amorosi e confessionali solitari. Il fluttuare di dolore caustico (Call Your Name), il jazz più strisciante (Hell and High Water) o le inclinazioni barocche (Raven) non bastano a fare di Double Roses un disco profondo, capace di tuffarsi nei trambusti amorosi di una donna alle prese con la ri-costruzione della propria vita. Un peccato, perché Karen Elson avrebbe tutte le carte in regola per smarcarsi finalmente dalla figura di ex modella ed ex moglie di, e diventare semplicemente una donna con la chitarra e una bella storia da raccontare.

18 aprile 2017
Leggi tutto
Precedente
Classica Orchestra Afrobeat – Polyphonie Classica Orchestra Afrobeat – Polyphonie
Successivo
The Black Angels – Death Song The Black Angels – Death Song

album

artista

Altre notizie suggerite