• Mag
    16
    2011

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EMI

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Con quel pop stratificato, bizzarro, carezzevole, misterioso, sclerotizzato di azzardi teatrali, ipnosi cinematiche e magnetico esotismo, Kate Bush rappresentò nella cuspide tra Settanta e Ottanta l'incarnazione perfetta dell'art-folk contagiato etno con accomodanti attitudini post-punk. Antibanalità pop come sostanza e additivo per il nuovo linguaggio del videoclip. Memorabili, i clip della Bush, corollario visuale (e visionario) del suo stile bucolico e lunare, ad un tempo melodrammatico e sfuggente. Si trattava, in un certo senso, di un controcanto preventivo alla incombente spudoratezza iperpop professata da Miss Veronica Ciccone. Ok, sappiamo come sono andate le cose: il codice-Madonna ha vinto e prevaricato su tutta la linea, mentre Kate ha smarrito il centro della scena dopo il pregevole Hounds Of Love, anno 1985. Ci riprovò, eccome se lo fece, con The Sensual World (1989) e The Red Shoes (1993), lusinghieri i risultati al botteghino ma spietati i mugugni della critica che non le perdonò – giustamente – quegli arrangiamenti tragicamente arresi alle artificiosità Eighties, nati obsoleti rispetto ad un'epoca bramosa di nuovi livelli di (in)autenticità.

A volte non bastano vent'anni per metabolizzare una delusione. O per perdonare se stessi. La dinamica del rimorso segue sentieri lunghi e tortuosi. Ovvero, se Kate Bush è una che non ce l'ha fatta ad uscire viva dagli anni Ottanta, non è certo una che ama arrendersi: passati più o meno due decenni – ed oltre un lustro da quell'Aerial che la vide rientrare sulle scene – la cantautrice di Bexleyheath tenta oggi una rivalsa ancora più fuori tempo, e perciò affascinante. Col qui presente Director's Cut ripresenta al giudizio dell'auditorio undici tracce estratte dai due famigerati album suddetti, tentando di rivelarne la bellezza incompresa. Un po' come certi registi che si riappropriano dei propri film stravolti dai diktat produttivi, Kate ha manipolato i nastri d'epoca togliendo orpelli, aggiornando i timbri (e quindi il mood, vedi l'ottimo lavoro in Top Of The City), reincidendo le tracce vocali, inseguendo la polpa spirituale (notevole Song Of Solomon) e una crudezza inedita (una quasi stoniana Rubberband Girl), talora rimettendo mano al testo (è il caso di The Sensual World, ribattezzata Flower Of The Mountain e recante le citazioni dall'Ulisse di Joyce di cui erano state negate le autorizzazioni all'epoca).

Ad uscirne ribadita è la bellezza di una voce che l'età ha reso più densa e non meno capace di evoluzioni formidabili (Lily, The Red Shoes, Moments Of Pleasure). Poi, siccome ogni manufatto reca i segni del proprio tempo, ecco che il gospel strascicato di And So Is Love non sa rinunciare allo sciccoso orpello chitarristico di Eric Clapton, mentre Deeper Understanding tenta di smarcarsi dallo stucchevole andazzo originale smorzando i coretti afro, cassando il drumming vetroso, ricorrendo tra le altre cose ad autotune e armonica (sentite quanto è sfiziosa la coda in bilico tra David Sylvian e Talk Talk). Ogni traccia insomma è come un teatrino ucronico, un po' rivalsa nostalgica ma anche un bouquet di contraddizioni irrisolvibili. Messe una dopo l'altra tratteggiano una delle più disarmanti confessioni riguardo alle scelleratezze soniche consumate nel decennio dell'edonismo reaganiano, senza con ciò riuscire ad espiarle del tutto. La distanza estetica rispetto al presente resta, annidata nella polpa stessa di queste canzoni, che pure ribadiscono la statura di un'artista cui molte nuove vestali dell'art-folk giustamente si rifanno (un po' di nomi? Joanna Newsom, Frida Hyvönen, Thus:Owls, Bat For Lashes…).

Per tutto ciò, Director's Cut si rivela un ascolto stimolante: in verità non me lo aspettavo. Così come non mi aspetto altrettanto dall'album di inediti previsto fra pochi mesi. Ma staremo a sentire.

6 Giugno 2011
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