• Nov
    01
    2011

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Border Community

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L'avevamo lasciata nel 2005 con Reflections Of The Dark Heat, un album a dir poco splendido che calava sapientemente le movenze electro '00 sulle tendenze minimal del periodo. L'avevamo lasciata ma sarebbe più giusto dire che è stata lei a lasciare la scena dopo la nascita del figlio, chiudendosi tra le mura domestiche per dedicarsi a famiglia e composizioni lontane dallo studio, lavorando senza fretta al suo lavoro successivo mentre lì fuori i suoi pezzi venivano remixati da anime affini come Ellen Allien e Kalabrese. L'attesa è stata lunga (i primi rumors intorno al nuovo album risalgono al 2009) ma oggi ci si ritrova completamente soddisfatti da uno spessore per nulla attenuato, in grado di partorire un album sentito e intenso come questo Dust Collision.

Una nuova fase esistenziale, quella di Kate Wax, che ce la restituisce più introspettiva ma non per questo meno buia. La nuova maturità rinuncia alle affinità electroclash di brani passati come Catch The Buzz e So Sexy in favore di un minimalismo capace di forti suggestioni dark, il tutto tagliato con l'esperienza minimal di James Holden che fa sentire la sua mano dalla cabina di regia. Protagonista oggi più che ieri è l'emozione blues della sezione vocale generata dalla Wax, una formula sempre più consapevole di sé che rimanda tanto alla Bjork più arty quanto alle sensibilità recenti di Emika. Nel frattempo le strutture sonore tutt'intorno si piegano a lei esaltandone le sfumature: dai vuoti dub fedeli a James Blake (Green Machine, il cantautorato art-jazz/blues è la nuova marcia dell'elettronica) al post-rock dei Low più depressi (ad una Archetype cupa e disperata risponde il tenue ottimismo di For A Shadow) gli elementi si combinano tra loro con rispetto e devozione, verso la superiorità assoluta dell'elemento umano di fronte al prodotto artificiale.

Tutto perfettamente calibrato: anche quando in I Knit You il tocco electro à la Holden incontra i The Knife e la soft-house mentre più in alto la Wax si reinventa su un soul così sovrannaturale che è quasi gospel, o quando in Maze Rider intona una marcia funebre dalle atmosfere lynchiane per poi vestire gli abiti del post-punk pensando ai Bauhaus. Gli stimoli sono tenuti alti dalle continue metamorfosi (Dancing On Your Scalp, il beat soffuso cede lentamente il passo al trip-hop di Beth Gibbons) e salti di umore (in mezzo a tanta oscurità anche una titletrack che è praticamente synthwave acquista una luce diversa), ma quando è il canto a rubare la scena, come in Human Twin, si toccano vertici di soavità impareggiabili. Il passaggio dalla Mental Groove di Luciano e Brodinski alla Border Community di Nathan Fake e Luke Abbott poteva significare soltanto una cosa: la nuova Kate Wax ha a cuore il mondo e guarda con coraggio gli alti e bassi della vita. Che il tempo la conservi intatta.

29 Novembre 2011
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