Recensioni

7.1

Sound designer a tempo pieno, ma anche saltuariamente remixer (Björk e Zola Jesus) e producer (Serprentwithfeet) per progetti e spiriti a lei affini, di recente anche docente di Experimental Animation al California Institute Of  The Arts, Katie Gately si è fatta notare per buone qualità visivo-arrangiative e un’elettronica dapprima claustrofobicamente gotica e industrial – l’omonimo EP su Public Information del 2013 – e poi world, orchestrale e art pop (il primo album, Color, pubblicato tre anni più tardi) quando il suo approccio, da minimale e industrialeggiante, si è fatto imprendibile e massimalista, divaricato su un ampio parco di fascinazioni e riferimenti che andava da Björk a Holly Herndon, da Laurel Halo a Grimes passando per The Knife.

Di lei avevamo quasi perso del tutto le tracce. Quattro anni sono un tempo lunghissimo oggigiorno, ma questo del resto è un disco che è stato riscritto nel momento in cui avrebbe dovuto esser consegnato all’etichetta. Nel pieno delle sue lavorazioni a Los Angeles, la Gately viene a conoscenza della diagnosi di una rara forma di cancro che di lì a poco avrebbe portato al decesso della madre; decide così di tornare a Brooklyn, nella casa di famiglia, e di ripartire da zero, riscrivendo i brani e ripartendo dalla propria voce, in pratica capovolgendo il processo compositivo adottato fin lì. Ne esce un album che riprende i chiaroscuri dell’esordio, che riflette sulla morte in chiave liturgica ed elabora il lutto attraverso rituali catartici e allegorie. Siamo dalle parti della migliore Zola Jesus per capirci, ma non mancano inediti slanci vitali e immaginifici innescati da una molteplicità di frammenti sonori (urla di pavoni, scuotimenti di bottiglie e pillole fino al “suono dei terremoti”).

Riconducibile al perimetro sonoro del precedente Color, Loom risulta altrettanto impossibile da inquadrare univocamente. Senz’altro è un lavoro maggiormente calibrato, dosato e lineare che ha tolto colori e ritmi spezzati per farsi viaggio mistico e celebrativo. Bracer, una marcia funerea dai rintocchi marziali in cui la voce della Gately si fa largo tra pensieri e presagi per poi prendere il centro della scena (e congedarsi in un ossianico crescendo finale), è il più rappresentativo in questo senso, oltre che il più lungo (ben 10 minuti). Ma non è il solo episodio degno di nota: Tower è una spirale ascensionale, un rincorrersi di voci ed effetti, cinema per le orecchie come lo è del resto l’intero disco, una mappa sentimentale dal reticolo art/folk apocalittico, una membrana attorno al cuore della Gately che nei momenti migliori traspira presagi e inquitudini universali (leggi: climate change).

Se dobbiamo fare un appunto: Katie è innegabilmente un’artista formidabile per estro e capacità produttive, ma a mancarle, ancora oggi, è quell’ultimo miglio dal lato del songwriting e della personalità canora che farebbero veramente la differenza tra un disco più che buono e uno indimenticabile. Poco male, si farà o comunque rimarrà ciò che ha scelto di essere e sviluppare con la propria arte: un calco del proprio mondo interiore attraverso le lenti di una cinematografia immaginifica, austera e stupefacente.

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