Film

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Il re è morto, viva il re! Michael Jackson se n’è andato, forse, un giorno dell’estate scorsa e già tutti sapevano che sarebbe uscito questo film. Al di là delle aspettative, più o meno giustificate, il film di Kenny Ortega è un horror inutile.

Nato come documentario backstage di quello che doveva essere il grande ultimo ritorno di Jacko sul palcoscenico, pensato come idea natalizia dai signori del marketing musicale contraddistinti da modi simili a quelli degli squadroni della morte nicaraguegni, il film “si arricchisce” del valore di testamento spirituale del più grande di tutti i tempi. Il fatto è che si tratta di un testamento disperato e silenziosamente urlato e non delle confessioni di una persona serena e pronta all’ultimo sipario.

Nelle due ore di montato le canzoni, lo spirito di Jackson, fanno capolino tra le lacrime dei ballerini increduli per essere stati scelti, tra le perizie tecniche dei macchinisti ma si infrangono contro la tristezza di un uomo che quando se n’è andato non pesava più di cinquanta chili. La voce, dolorosamente potente e ormai elemosinata al corpo minato fa ancora emozionare, le mosse più famose ancora entusiasmano ma l’occhio non è ingannabile ed è evidente che, quasi alla Bob Dylan di Todd Haynes, il re del pop dica: Io non sono qui. O, meglio, non ci sono già più. Dopo ogni piroetta, alla fine di ogni passo, i grandi occhiali da sole che il protagonista indossa per tutto il film si fanno scudo contro il dolore. Al riposo dopo un acuto della sua voce angelica quegli stessi occhiali trattengono l’orrore.

Dicono le cronache che il tour organizzato dall’ AEG all’arena O2 di Londra dovesse comprendere originariamente un pugno di date poi estese a dieci e infine espanse alla titanica cifra di quaranta. Dicono le leggende, e quando si tratta di Jackson si sa che sono l’unica fonte di verità, che il re fosse terrorizzato da questo impegno preso con i suddetti nicaraguegni e che dubitasse fortemente di riuscire a farcela, ma che fosse necessario firmare quel contratto. Che fosse l’ultima possibilità. Il film del furbo Ortega dimostra questo: prima dell’uomo viene il mito ma quest’ultimo necessita un appoggio biologico nella sua permanenza sulla Terra. Mancando l’appoggio biologico il mito si spegne a cinquant’anni, già tardi nella logica dell’immaginario collettivo, in una villa di Beverly Hills affittata a trentamila dollari al mese perché la casa dei sogni è all’asta. Sempre secondo le veritiere leggende, i debiti accumulati da Jackson durante il suo regno ammontavano a circa quattrocento milioni di dollari; tre giorni dopo la sua morte, grazie ai proventi delle vendite della sua arte, rieditata a tempi di record, tali debiti parvero scomparsi.

Qui va cercata la motivazione di This Is It, nella più pura e semplice logica nicaraguegna della musica mainstream. Non c’è altro da riportare. Posso aggiungere che il film è anche ben montato e che ha un buon ritmo ma vorrei vedere come potesse essere diversamente, visto il fantastico beat onnipresente in ogni brano incluso e composto da quel genio assoluto di Michael Jackson. In sala viene voglia di ballare, quest’effetto è cercato e sostenuto di modo da non far notare i segni sul volto del protagonista, il suo spaesamento sul palcoscenico gigantesco e le sue richieste d’aiuto ai tecnici e a Ortega, regista dello spettacolo prima che del film, di accomodargli il volume nelle cuffie perché da solo non ce la fa più. Il re parla, ringrazia, dispensa consigli e indicazioni ai suoi giovani collaboratori che lo guardano rapiti, ripete estenuantemente “I love you”, “I love you all”. Ma è solo. Comunque.

16 Novembre 2009
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