Recensioni

7.2

Viviamo strani giorni. Passata la frenesia-speranza di una guerra-lampo contro un virus invisibile, siamo ormai già in un’era che si potrebbe definire post-Covid-19. La pandemia, fatto già ampiamente assimilato e storicizzato, ha ridefinito obiettivi, aspirazioni, poetiche, modelli e priorità e creato un proprio linguaggio, una propria letteratura. Oggi, ad un passo da un potenzialmente disastroso nuovo lockdown, il gioco del come-eravamo (a marzo) fa tornare d’attualità lo spettro dell’isolamento, dell’emarginazione, della clausura. Spaventoso per molti ma ancora inconfessabilmente necessario per altri.

Ad ascoltare Sundowner, il nuovo album di Kevin Morby, si potrebbe pensare (e la cronologia supporterebbe questa istanza) che sia nato proprio durante un isolamento imposto da terzi. I testi, le atmosfere rarefatte, la strumentazione (come già anche nell’album precedente) raccontano di una gestazione lontana da rumori frenetici e le sue stesse parole ne ratificano l’intuizione: «Ero contento, per la prima volta nella mia vita da adulto, ero in un posto dove potere chiudere la porta di casa e non avere tentazioni che mi distraessero dal lavoro sulla mia musica». Gustoso scoprire invece come tutto ciò sia accaduto addirittura prima dell’uscita di Oh my God e quindi in epoca ampiamente pre-Covid-19. Nel 2017 Morby decide infatti di lasciare Los Angeles e tornare nel Kansas, Stato dove il cantante (texano di nascita) ha trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza, per lavorare a nuovo materiale «con delle cuffie in testa, curvo sul mio Tascam 424 e lasciando che voce e chitarra scorressero attraverso di esso». Materiale che sarebbe poi diventato Sundowner, scritto prima di Oh my God ma pubblicato solo lo scorso 16 ottobre.

L’orizzonte del ritorno è quello del Midwest americano, lo stesso del video di Campfire (ambientato a Castle Rock), dove spazi sterminati riflettono spazi interiori altrettanto dilatati e l’amore che scorre in sottofondo (la seconda voce è proprio di Katie Crutchfield e, a tal proposito, guardate il suo recente video di Fire) rende languido e romantico il viaggio. Proprio come quando ci si emoziona guardando un tramonto e si entra di diritto nel novero dei Sundowner. In quella luce si consumano i ricordi di compagni scomparsi (Jessi Zazu, Richard Swift e Anthony Bourdain) e si sublima una spiritualità impalpabile che ricorda ora Damien Jurado (Don’t underestimate Midwest American Sun), ora Ryley Walker (A night at the little Los Angeles) o addirittura Bill Callahan (Brother, sister). Tutto ruota, dopo anni di city music, intorno a un bisogno tanto atavico quanto moderno di ritorno alle radici, di lasciare la frenesia del mondo fuori da una stanza e, nel caso specifico, di ricongiungersi con il cuore dell’America.

Ciò che Kevin Morby mette sul piatto è, come sempre, una parte di sé talmente consistente da risultare spesso ingestibile nel momento in cui viene tradotta in musica. Stavolta però il perimetro è maggiormente circoscritto, così come i riferimenti e le divagazioni (grazie anche alla direzione acustica plasmata dal producer Brad Cook): Sundowner, addirittura di più rispetto a un concept come Oh my God, si lascia apprezzare se si lascia da parte il lato cerebrale a favore di quello viscerale. Morby riesce finalmente ad andare oltre Morby, dimostrando di essere ormai una stella danzante, riconoscibile ma inafferrabile e imperfetta.

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