• ago
    24
    2013

Album

XL

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Archy Marshall, classe 1994, è il ragazzino londinese che con i suoi bad friendsdi quartiere passeggia all’imbrunire tra le case di mattoni dello stesso colore dei suoi capelli e con il cappuccio in testa prima di chiudersi in qualche fumoso locale di fiducia, o un ragazzino frustrato, fragile e indifeso, forse oggetto di scherno per via della sua denutrita apparenza? Una faccia da schiaffi che allo stesso tempo fa tenerezza, un doppio ruolo in cui scorre – da ormai più di tre anni – la dialettica 100% british della sua musica, prima sotto il moniker Zoo Kid e poi a nome King Krule.

C’è qualcosa di incredibilmente misterioso nelle linee vocali dall’accento cockney che, attraverso un percorso accidentato e decisamente impulsivo, si tramutano in un “crooneraggio” sbronzo: come può un teenager bianco riuscire a ricamare suggestioni che si potrebbero attribuire a qualche vecchio soul-man di colore che passa le giornate ai banconi dei bar? Poi ti concentri sul suo sguardo e capisci che tutto ciò scaturisce dalla sofferenza di chi – nonostante l’età – ha già vissuto parecchio.

L’impressione – soprattutto dopo averlo visto dal vivo – è quella di essere di fronte a un ragazzo solitario – lo potete immaginare nella sua stanza ad ascoltare dischi dub, di Fela Kuti e Tom Waits, mentre allo specchio imita Gene Vincent – che ha trovato la propria strada solamente grazie alla musica e ai coetanei (altrettanto preparati, specialmente il batterista) compagni di avventura che formano quella che potremmo chiamare la King Krule Band. Messi da parte singoli brani d’impatto come Out Getting Ribs (Zoo Kid, 2010), The Noose of Jah City (dal King Krule EP del 2011), Rock Bottom (2012) eOctopus (2013), Archy si è concentrato sulla realizzazione di quello che è a tutti gli effetti il suo album di debutto, 6 Feet Beneath the Moon, dimostrandosi sicuramente coraggioso nell’escludere tre quarti dei brani sopracitati dalla tracklist.

Un approccio quasi punk (tra Joe Strummer e Billy Bragg) placato dalla congiunzione di partiture vicine al jazz – sia a livello ritmico, sia nell’impostazione e nelle scale della chitarra – e narcotizzato da oscure atmosfere noir e da melodie che sembrano uscire dal contesto ritmico, per poi rientrarci in un secondo momento (in questo senso, una sorta di Mike Skinnerdel nuovo decennio). Contaminazione black+white (condivisa con i concittadini di Benin City) che tocca i suoi apici nelle tessiture delle “narco-chillerie” downtempo di Neptune Estate e Bathed In Grey, nell’indomabile funk-hop di A Lizard State, in alcuni passaggi lo-fi hypna/druggy da Hype Williams e nelle sue frequentazioni hip hop (Rejje Snow). Racconti di vita e violenza urbana in pseudo-spoken e stream of consciousness a ruota libera che sfuggono dal formato canzone (Ocean Bed), se non in Easy Easy, non per nulla scelta come brano di lancio del disco. O ancora lunghi monologhi chitarra+voce (Out Getting Rips) e situazioni sospese tra veglia e sonno.

Qualcuno dirà che con una Octopus o una Rock Bottom6 Feet Beneath the Moon avrebbe potuto puntare ancora più in alto o fare di più, ma anche chi è in cerca di un ascolto disimpegnato – e di conseguenza girerà alla larga da questi lidi – non può rimanere indifferente al personaggio e all’universo testuale-sonoro che manipola e nel quale ci costringe ad immergerci.

10 Agosto 2013
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