• gen
    15
    2016

Album

Bello Records

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Senza chitarre si può e spesso si deve. Come nella metà dei 90s quando cominciarono ad emergere nel calderone noise-rock/alternative/chiamatelo come volete, band che scardinavano l’elementare struttura del quadrilatero-rock per antonomasia, oggi tecnologia e disponibilità hanno (ri)accentuato questo fenomeno di diversificazione sonora. Testimonianza tra le tante questi Kingfisher, quintetto guitar-less ma fornito di ben tre bassi, più batteria e voce, che si riallaccia a quelle latitudini sonore con un mischione più che vitaminico di rock virato ora grunge ignorante, ora noise reiterato, spesso stonerone a bassa frequenza ma altissimo impatto. L’immaginario di riferimento va dai Soundgarden degli esordi, più grassi e cupi, ai Queens Of The Stone Age, passando per i Motorpsycho più corposi e hard-psichedelici di Demon Box (l’opener Red Circle), certe aperture melodiche incupite alla Alice In Chains e soprattutto, grazie alla voce estremamente caratterizzante di Renato Di Bonito, per una versione ipervitaminizzata, più materica e dunque meno apocalittica dei Tool. È pertanto non sull’innovazione sonora che punta il quintetto lombardo – i tre bassi sono appannaggio di Davide Scodeggio, Alessandro Croci e Emanuele Nebuloni, mentre alla batteria c’è Matteo Barca con il citato Di Bonito alla voce – quanto su potenza di fuoco, impatto straight in your face e dinamismo dell’interplay. Strano a pensarsi visto l’armamentario da pachiderma impazzito e la grazia di uno scaricatore di porto, ma la scelta di rendere più mobili e vari possibili i pezzi risulta un punto a favore, mentre la eccessiva dipendenza dal periodo storico di cui sopra fa pensare ad una band ancora troppo legata alle proprie influenze. Nulla di male, basta spingere sul lato personalità, che di botte in faccia in questo The Greyout siamo già belli che forniti.

12 Febbraio 2016
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