• giu
    01
    2004

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Il ritorno dei Kings Of Convenience dopo la sbornia di hype del predecessore (rinfocolata dalla furbastra ancorché riuscita e tutto sommato conseguente raccolta di remix Versus) ci offre la fotografia di un duo in netta maturazione, per quanto stilisticamente aggrappato agli stessi criteri portanti del passato.

Smorzati i riflettori su una scena che poi tanto scena non era (il famigerato NAM), i nostri cari Erik ed Erlend sembrano felicemente smarcarsi dallo scomodo ruolo di capofila, ragion per cui espletano la loro cosa con morbidezza e cocciuta passione. Che è poi, come dicevamo, più o meno sempre la stessa cosa, tenuto conto che – vista la semplicità della proposta – tanto il più che il meno possono fare una gran differenza. Appurata l’identica propensione all’ossimoro concettuale del titolo (dopo la quiete rumorosa, la rivolta senza rivoltosi), il programma inizia nel segno di una suadente continuità, se è vero come è vero che le prime quattro tracce dispiegano in sequenza la spudorata citazione Simon & Garfunkel di Homesick (trepidi i panneggi vocali, se poi nel testo ci infili la parola “bridge” lo fai proprio apposta…), una bossa arzigogolata e croccante (il bel singolo Misread), l’evanescenza tropicale vagamente – e solo vagamente – drakeiana di Cayman Islands, quindi la fragranza d’archi (carezzati & pizzicati) della sorniona Stay Out Of Trouble. Insomma, proprio quanto ci si poteva attendere, la morte di tutte le sorprese. Che piacevole tedio, che tediosa delizia. Tuttavia, con Know How avviene qualcosa: all’inizio si fa largo come un’altra bossa cartilaginosa, al cospetto della quale inevitabilmente mi viene da innescare una modalità d’ascolto a bassa intensità, però poi ci riserva la piccola sorpresa d’un finale acceso dall’apparizione di batteria e voce femminile (si tratta di Feist, giovane singer canadese). E’ un segnale, cui fa seguito una svolta decisa in direzione pop-soul con più di qualche ascendenza jazzy. Si veda al proposito la bossa strascicata di Live Long (tromba e zampettii di corde), il reggaettino da Police liofilizzati con spolverata banjo di Love Is No Big Truth, la diafana indolenza errebì di Sorry Or Please o l’up tempo piano in resta/batteria legnosa di I’d Rather Dance With You (come dei Notwist unplugged infatuati di violini e viole). Avviandoci in conclusione di scaletta c’è come un ritorno sui noti sentieri: detto che Surprise Ice cesella una tipica palpitazione tenue delle loro e Gold In The Air Of Summer se ne esce con una declinazione ancor più vibrante e intimista dei soliti Simon & Garfunkel (siamo contemporaneamente dalle parti del capolavoro e della monotonia), la conclusiva The Build Up sintetizza quanto udito fin qui col suo svolgersi in sobrio tre quarti, strategia nudarella voce chitarra che circa a metà svolta jazzy affidandosi ancora alla voce dell’ineffabile Feist, non propriamente cristallina, spiegazzata e calda, tanto da provocare un languido, irresistibile contrasto. Per quanto ben lontani dalla qualifica di geni, ai ragazzi non manca sensibilità per leggere il presente dal loro tenero punto di vista, e il mestiere per trascriverlo secondo una lieve ma inconfondibile calligrafia. A loro modo peculiari, in un certo senso talentuosi. Autori di ottima soundtrack per i momenti di transito da un motivo di stress all’altro, altrettante occasioni per decantare i pensieri e far precipitare emozioni. La sensazione è che potrebbero proseguire su questa falsa riga ad libitum, sfornare album di genere con micro-variazioni e omeopatici slittamenti per un ventennio senza stancare né stancarsi, come se avessero già piantato i paletti della classicità attorno al proprio giardino, e lì si aggirassero in splendida, sbrigliata, dinoccolata autarchia. In un certo senso, più grandi della loro fama.

1 giugno 2004
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