Recensioni

5

Angelo Petraglia è stato come uno spirito guida per i Kings Of Leon fin dal loro grezzissimo debutto Youth & Young Manhood (2003), il cui stile è andato con gli anni evolvendosi per raggiungere la pulizia e le rifiniture mainstream del penultimo nato Mechanical Bull, di certo accolto con meno favori rispetto al fratello maggiore. Questo decennio di intense collaborazioni tra il demiurgo e la band è giunto nel 2016 a un decisivo termine, che possiede le fattezze e le abilità del produttore Markus Dravs, già conosciuto nell’ambito per aver messo mano alle tracce di band quali Arcade Fire e Coldplay. Il clima di cambiamento concomitante con l’arrivo dell’album numero sette WALLS (acronimo mieloso di We Are Like Love Songs) coinvolge anche la sede delle registrazioni, tornate in territorio californiano dopo qualche tempo di stabilità a Nashville.

Poste tali premesse, da quest’ultimo lavoro firmato dai fratelli+cugino Followill – piazzati sulla copertina in versione bambole di cera plasmate dall’artista russo Michael Zajkov – traspare sicuramente un senso di pace e tranquillità, come se i quattro avessero risolto ogni incongruenza personale e si fossero finalmente rilassati, sebbene a livello di testi i temi siano in ogni caso da affrontare masticando due o tre pastiglioni di Maalox. Le storie dipinte dai Kings Of Leon nell’ultimo disco sono infatti perlopiù tetre ed emotivamente cariche, dall’energica Find Me, nella quale una giovane ragazza s’innamora letteralmente del fantasma che la perseguita in un hotel, in una situazione à la American Horror Story 5 (o Scary Movie nel suo lato comico e paradossale), alla latineggiante Muchacho, dedicata a un caro amico scomparso prematuramente. C’è però anche spazio per i sogni dal gusto agrodolce della punta di diamante Waste A Moment, dove Caleb incoraggia l’uditorio a prendersi del tempo per poterne sprecare un po’ di tanto in tanto.

Sul piano degli arrangiamenti tutti e dieci i brani risultano perfetti per un’ambientazione da stadio, segno di una voluta condivisione corale che se ne sta ben lontana dalle radici svogliate e rudi dei Kings Of Leon primordiali, quelli alternativi che avevano rotto il muro del silenzio fregandosene dei giudizi degli altri – in parte ancora vivi forse solo in Eyes On You. L’andazzo super commercialone della struggente Over non a caso strizza forte l’occhio agli U2, quasi a reclamare apprezzamenti da chi è uso a siffatti ascolti. In poche parole, nulla di indispensabile: un album che non convince troppo nemmeno dopo svariati ascolti e dal quale non si riesce a cavare una canzone realmente significativa, con la pecca aggiunta di una debolissima, evitabile title-track in chiusura.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette