• lug
    18
    2018

Album

Sonatine, Small Pond, To Lose La Track, È un brutto posto dove vivere

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C’è sempre stato molto ad accomunare due generi distinti come l’hardcore (nelle sue forme più eterogenee e post-) e il noise-rock: innanzitutto il generale senso di catarsi repressa, poi una tensione nervosissima e sempre sul filo di eruttare, infine una patina di struggente disperazione limitrofa al nichilismo. Ecco, tutt’e tre queste linee – attitudinali, prima ancora che strettamente musicali – si ritrovano in Stoned.Immaculate, esordio del trio Kint formato, non a caso, da gente che dai quei giri proviene. Soprattutto la sezione ritmica formata da Andrea Ghiacci (basso) e Adriano Pratissoli (batteria) è stata parte integrante di band storiche come By All Means, Mourn e The Death Of Anna Karina, mentre Raffaele Marchetti (chitarra), oltre a suonare coi RedLine Season, è un apprezzato produttore e fonico.

Coordinate forse già sufficienti per tracciare l’identikit dei Kint – nome che è la contrazione della pratica giapponese dello kintsugi, ovvero l’arte del riparare le cose rotte con l’oro per arricchirle e farle rinascere ancor più preziose – e la terra di mezzo in cui si posiziona Stoned.Immaculate. Che è esattamente quella in cui l’hardcore collide col noise-rock, ovvero quel territorio di frontiera frequentato indistintamente da Unsane e Breach, dalla AmRep e dalla Revelation, trafficato da chi ha una idea viscerale e sofferente di blues seppellita dall’urgenza hc e dal lividume del rumore, e da chi trova la propria catarsi in un suono crudo quanto elegante così come cupo quanto screziato. Il riffing assassino e le ritmiche assatanate dell’opener Snakebootskin, l’atmosfera pienamente Lower East Side dei tempi tossici di Blonde, il blues industriale di Flat, la sofferenza del blues incupito alla maniera degli Unsane di Last On List, vivono di una ideale coesione interna invidiabile e di una apertura verso l’esterno che è un concentrato di pura cupezza, sofferenza, catarsi rattrappita, disperazione furente. Tutto legato dall’oro che i tre hanno magistralmente riversato tra le pieghe di un suono che continua a devastare cuori e ripulire orecchie da decenni. Per chi scrive, uno dei migliori album rumorosi dell’anno appena trascorso.

30 Gennaio 2019
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Kint

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