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Sei anni dopo il successo internazionale giunto con White God – Sinfonia per Hagen (miglior film a Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard) e dall’ultimo, strambo e affascinante kolossal fantascientifico Una luna chiamata Europa (2017), Kornél Mundruczó compie il suo esordio in lingua inglese con un film che sceglie una dimensione più intima e claustrofobica delle sue precedenti produzioni, affidandosi quasi completamente alle performance di un cast azzeccatissimo e sicuramente ispirato. Pieces of a Woman, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è uno struggente e sofferto grido strozzato di disperazione di fronte al trauma della perdita, alla conseguente apatia che colpisce i protagonisti, alla successiva, lenta ed esasperante elaborazione di un lutto che non si dovrebbe mai provare. Ispirandosi a un’esperienza simile vissuta con la moglie Kata Wéber (che è autrice della sceneggiatura), Mundruczó confeziona un film semplice e complesso insieme, dotato di una notevole forza registica e di uno schema compositivo in sede di scrittura che in maniera superficiale potrebbe essere scambiato per didascalismo esasperato (è anche questo, ma vi è un senso definito).

Pieces of a Woman, pezzi di donna che lentamente devono essere ricostruiti: il riferimento non è soltanto al recupero di un fisico distrutto dal dolore del parto, ma soprattutto da quello psichico della perdita. Martha Weiss proverà con tutte le sue forze a rifuggire l’esternazione pubblica del suo completo annientamento emotivo, mentre tutte le altre pedine di una scacchiera famigliare asfissiante sono distribuite in modo tale da provocare una rabbia troppo a lungo tenuta in gabbia, così come da scardinare i già precari equilibri interni (la scelta di uno stile di vita o di un compagno di vita piuttosto che un altro). Wéber scandisce il ritmo della sua storia al ritmo di quadretti abilmente costruiti dove solo a tratti emerge la potenza delle interpretazioni (una splendida Vanessa Kirby – già nelle prime due stagioni di The Crown – giustamente premiata con la Coppa Volpi a Venezia e già in odore di Oscar) e la forza della messa in scena, preferendo cedere il passo alle atmosfere perennemente grigie dell’ambientazione, il colore asettico degli edifici, lo sguardo vitreo della protagonista, la freddezza disarmante del rapporto di coppia ormai giunto a un punto di non ritorno.

Mundruczó è abile principalmente a scagliare alcuni colpi che difficilmente verranno dimenticati nel corso della narrazione: prima di tutto c’è il piano sequenza iniziale della durata di quasi mezz’ora che fissa il momento fatidico nella mente dello spettatore, rendendo praticamente impossibile rimuoverlo e non associarlo alle sequenze successive; il tentativo di tornare ad avere rapporti sessuali da parte di lui (uno straordinario Shia LaBeouf) traccia una linea sottilissima tra la brutalità e la comprensione ed è lì a sottolineare il procedere a singhiozzo di una sceneggiatura calibratissima nella sua esposizione; infine, ci sono i monologhi di Ellen Burstyn – prova anch’essa maiuscola della attrice Premio Oscar 89enne – e della Kirby. Sono colpi diretti allo spettatore, che per tutti i 128 minuti di durata si ritroverà a oscillare tra la silenziosa disperazione e l’esplosività di una rabbia che deve essere espressa per poter voltare finalmente pagina, anche se le cicatrici potrebbero rimanere lì in eterno. E, forse, è giusto così.

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